La candidatura di Tiziana Siciliano, ex procuratore aggiunto a Milano, alle prossime elezioni amministrative nel capoluogo lombardo, ha riacceso in questi giorni un tema mai davvero risolto: è opportuno che un magistrato passi quasi direttamente dalla funzione giudiziaria all’impegno politico nello stesso territorio in cui ha esercitato il proprio ruolo?

Sul piano giuridico non esistono dubbi. Siciliano, andata in pensione lo scorso dicembre, esercita un diritto costituzionale e la sua candidatura è pienamente legittima. Sul piano dell’opportunità un po’ meno. Per anni Siciliano è stata uno dei volti più noti della Procura di Milano, guidando in prima persona le inchieste sull’urbanistica che hanno inciso profondamente sul dibattito cittadino.

Oggi sceglie di candidarsi per amministrare la stessa città. Una decisione che non può non alimentare interrogativi sulla percezione di imparzialità della magistratura. Non si tratta di mettere in discussione il lavoro svolto né di attribuire finalità politiche alle indagini. Quando il passaggio dalla toga alla politica avviene senza soluzione di continuità, una parte dell’opinione pubblica può però essere indotta a rileggere retrospettivamente l’attività professionale del magistrato attraverso una lente politica.

Il candidato civico che va di moda…

La vicenda assume una valenza politica particolare. All’interno del centrodestra, e in particolare di Forza Italia, sembra infatti prendere corpo la convinzione che la strada vincente sia quella del candidato civico. Dopo il successo di Simone Venturini a Venezia, il partito appare orientato a replicare quello schema anche a Milano, puntando su una figura esterna ai tradizionali apparati politici. Una strategia comprensibile sul piano elettorale, ma che finisce per trasformarsi in un assist involontario alla candidatura di Siciliano. Definire “civica” una personalità che per anni è stata protagonista della vita pubblica milanese da una delle posizioni istituzionali più influenti e mediaticamente esposte appare quantomeno discutibile. Siciliano non è una figura sconosciuta proveniente dalla società civile. È un’ex magistrata che ha guidato alcune delle inchieste più importanti degli ultimi anni e che gode di una notorietà infinitamente superiore a quella di gran parte dei suoi potenziali candidati civici.

Qui emerge un ulteriore elemento che meriterebbe attenzione. La visibilità accumulata attraverso l’esercizio della funzione giudiziaria rappresenta inevitabilmente un vantaggio competitivo. Non si tratta di un vantaggio illecito, né di una colpa personale. È semplicemente un dato di fatto. Un professionista, un docente universitario, un imprenditore o un esponente dell’associazionismo che decidesse di candidarsi partirebbe da condizioni di notorietà incomparabilmente inferiori.

Difficilmente sul Corriere della Sera, primo quotidiano del Paese, avrebbe trovato lo spazio dedicato in questi anni a Siciliano. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha osservato che la candidatura non rappresenta “una sorpresa”. Un’affermazione che richiama una lunga tradizione italiana, con Luigi De Magistris a Napoli o Michele Emiliano a Bari. Il caso Siciliano mostra dunque quanto il tema sia ormai maturo per una riflessione legislativa seria. In molti ordinamenti democratici esistono periodi di raffreddamento tra l’esercizio di determinate funzioni pubbliche e l’accesso a incarichi politici. L’obiettivo non è comprimere diritti costituzionali, ma tutelare l’autorevolezza delle Istituzioni e prevenire qualsiasi dubbio sulla loro imparzialità.

Una soluzione analoga potrebbe essere valutata anche in Italia, soprattutto quando la candidatura riguarda lo stesso territorio in cui il magistrato ha operato e nel quale le sue indagini hanno avuto un forte impatto politico e mediatico. Nel caso di specie, Siciliano si candida anche contro l’amministrazione oggetto delle sue indagini. Un classico cortocircuito. Come non ricordare, a tal riguardo, l’incredibile caso dell’allora procuratore di Parma, Gerardo Laguardia, che pensò bene di candidarsi direttamente con il Pd, il partito che era all’opposizione dell’amministrazione di centrodestra, guidata dal sindaco Pietro Vignali, che le sue indagini costrinsero alle dimissioni anticipate. Vale la pena riportare l’ironico commento a proposito della candidatura Siciliano del togato del Consiglio superiore magistratura, Andrea Mirenda: “l’Associazione nazionale magistrati ha impostato la propria campagna referendaria dicendo che con la riforma i giudici sarebbero stati “sottoposti alla politica”. Meglio “dentro”, mi verrebbe da dire”.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere