Verso le elezioni
Così le mance dei partiti prima del voto rischiano di far saltare i conti
Se fosse lecito fare il tifo, tiferei per le elezioni anticipate. Mi interessano poco la riforma elettorale e la misura delle convenienze politiche che la accompagnano. Mi preoccupa invece l’inizio dell’ultimo anno pre-elettorale, e per cancellarlo sarei felice che il Capo dello Stato sciogliesse le Camere in anticipo, appunto. Si sta preparando l’ennesimo assalto alla diligenza, non tanto e non solo in vista della prossima Legge di Bilancio – appena sarà passata l’estate ci saremo nel bel mezzo – ma per l’evidente tendenza a dare retta a ogni voce che strilla o reclama, con buone ragioni o senza, ma sempre per erodere un pezzo dell’equilibrio di Bilancio.
L’accordo sull’autotrasporto, che ha scongiurato la protesta annunciata per gli ultimi giorni di maggio, ha tante sacrosante motivazioni, ma entra di diritto nell’elenco dei provvedimenti indirizzati a promuovere il consenso. Nulla di scandaloso, anzi, tutto normalissimo, di fronte all’emergenza del costo dei carburanti, ma pur sempre un segnale di una disponibilità che passa anche troppo rapidamente dall’ascolto alla concessione. La voglia di pacificazione con le diverse lobbies si era già manifestata dopo il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Dopo la vittoria del No, il governo ha fatto una rapida conversione, cercando a più riprese una via di pacificazione con Anm e dintorni: sarà sacrosanto scendere a patti con il “nemico” che non si può sconfiggere, ma c’è modo e modo di procedere all’abiura dei princìpi sulla riforma della giustizia.
Parliamo dei tassisti? A fronte delle dichiarazioni dei redditi comunicate pochi giorni fa – a Roma un taxista dichiara meno di 13mila euro lordi all’anno, ma anche i colleghi di Milano o Bologna meriterebbero un titolo d’onore nella pattuglia dei poveri – la cosa più normale sarebbe che l’Agenzia delle Entrate facesse un controllo a tappeto. Con mille euro al mese come si può vivere, magari avendo acquistato la licenza a botte da centomila euro, o giù di lì? Invece, chiunque strilla, trova ascolto e risorse, poche o tante che siano. Un esempio: il sostegno alla crisi energetica incipiente, per il caro-carburanti, ha finito per sottrarre risorse al trasporto pubblico locale, che da anni versa in uno stato comatoso, dal quale sembra impossibile risvegliarsi. La tattica continua a prevalere sulla strategia, e questo non fa bene al Paese e ruba il suo futuro. Anche il grande capitolo sulla deroga in Europa rischia di aprire un’ambiguità clamorosa. Sottrarre il capitolo “energia” alle regole del Patto di stabilità è una scelta politica o semplicemente una condizione della necessità? Cioè, qualora Bruxelles arrivasse a miti consigli sul tema, si potrebbero usare nuove risorse per tamponare la crisi energetica; ma siamo sicuri che il governo resisterebbe alla tentazione di utilizzare queste nuove risorse per qualche altra mancetta pre-elettorale?
Non è un’accusa specifica a Giorgia Meloni e al suo esecutivo: da sempre i governi repubblicani, guidati da leader di destra o di sinistra, hanno applicato la stessa regola, che è quella di conquistare consenso distribuendo risorse a tutti quei gruppi di interesse che il governo di turno ritiene essenziali alla sua conferma. Si potrebbe dire che ogni schieramento politico ha una propria “clientela”, o – per dirla con maggiore eleganza – la propria “constituency”, che deve essere accarezzata e blandita. Favorita. A costo di far saltare i conti? Ecco, il rischio si paventa a ogni vigilia elettorale. E visto che siamo entrati nell’ultimo anno di legislatura, sarebbe lecito auspicare che si votasse domani, non tra un anno. Per evitare che l’ultimo anno diventi una zavorra insostenibile per il futuro del Paese.
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