Israele si prepara a un terzo intervento sull’Iran. Però non è detto che le minacce del suo ministro degli esteri Katz portino davvero a un conflitto. Dopo la telefonata Netanyahu-Trump dell’altro giorno, ieri il presidente Usa ha detto che non intende coinvolgere l’alleato. Restarne fuori potrebbe essere un vantaggio per lo Stato ebraico.

D’altra parte, nel momento in cui in cielo a volteggiare sono soltanto i falchi, Netanyahu non può permettersi di fare la colomba. Che comunque non ha mai saputo fare. Se Usa, Iran e Turchia parlano il linguaggio di guerra, altrettanto deve fare Israele. Tanto più ora che si sono concluse le esequie di Ali Khamenei. L’eliminazione della Guida suprema non ha comportato la fine del regime. Fatto è che il suo numero uno non è morto di vecchiaia. Peraltro, a Gerusalemme non riescono a mandare giù l’esclusione dai negoziati in Svizzera. A Israele non si fa fare anticamera. Non è accettabile che una decisione regionale, diplomatica o di guerra che sia, venga presa senza il suo consenso. O intervento diretto. Ecco perché si continua a battere sul ferro libanese.

L’accordo Gerusalemme-Beirut è un fatto senza precedenti. Se confermato, il Libano andrà ad aggiungersi alla crescente comunità araba che riconosce Israele. Ancora oggi, con un visto israeliano sul passaporto, l’aeroporto Rafic Hariri è off limits. L’accordo potrebbe isolare Hezbollah. E così far uscire il Paese dei cedri dalla morsa con cui il Partito di Dio ne soffoca istituzioni, economia e identità nazionale. D’altra parte, Israele fa notare che, finora, nel Libano del Sud, non si è visto neanche un soldato libanese. Mentre Tzahal ha tutto l’interesse a demandare le operazioni di disarmo delle milizie sciite. Questo è il succo del discorso, infatti. Le analisi sugli equilibri politici sono interessanti, sì. Ma poi quello che conta è che a Hezbollah non resti in mano neanche un cerino.

Sulla stessa riga ci sono le relazioni con l’Arabia Saudita. Perno già degli Accordi di Abramo, più o meno messe in ghiacciaia dopo il 7 ottobre, riprese dopo la guerra dei dodici giorni. Se israeliani e sauditi dovessero scambiarsi le credenziali diplomatiche, sarebbe il completamento di un percorso lungo decenni, con il mondo arabo tutto allineato con l’Occidente. Riad però ha pagato caro l’intervento sull’Iran di febbraio. Neanche con i sauditi ci si può permettere l’affronto di giocare sottobanco. Ci vuole cautela quindi nel dare il semaforo verde a una terza escalation.

Altrettanto fluida è la situazione interna. Un sondaggio di Channel 13, ripreso dal Jerusalem Post, ha rilevato il sorpasso di Yashar sul Likud, per 23 seggi contro 22. È una lunghezza simbolica quella che premia il partito guidato da Gadi Eisenkot. L’ex capo di Stato maggiore rappresenta insieme cambiamento e fiducia per un personaggio che ha indossato l’uniforme. Se davvero ci fosse un sorpasso, due sarebbero le incognite da risolvere. Con che coalizione Yashar potrebbe governare? Che fine farebbe Bibi? Il premier uscente potrebbe anche ritirarsi a vita privata. Ma Israele dovrebbe garantirgli l’immunità totale su tutto quello che ha fatto, non ha fatto o si presume che abbia fatto.

La certezza quindi resta una. Le elezioni si terranno a ottobre. Anche se nulla nel Paese lascia pensare che sia in corso una campagna elettorale. Né un manifesto, né un volantino. Niente. Per le strade si respira un altro clima. A Gerusalemme vecchia, molte botteghe sono sprangate. Nei vicoli manca la calca dei fedeli. Turisti e pellegrini hanno paura. I viaggi in Terra santa sono crollati. Per qualsiasi futuro governo israeliano, sarebbe drammatico gestire anche una crisi economica oltre alle già tante criticità. Il popolo della notte di Tel Aviv a sua volta ha voglia di vivere. Vuole cominciare a ragionare su come suturare la ferita del 7 ottobre. Un nuovo conflitto non è certo quel che ci vuole in questa situazione.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).