Un dollaro e cinquanta! Per Menlo Ventures, il mercato mondiale consumer dell’intelligenza artificiale vale 12 miliardi di dollari: diviso per 8 miliardi di umani, fa 1,5 $. L’umanità paga la tecnologia che dovrebbe cambiarle la vita quanto un caffè. Certo, è la media di Trilussa, ma questa è la notizia: quasi nessuno paga. Solo il 3% degli utenti sottoscrive un servizio premium, una delle conversioni più basse mai viste nel tech di consumo; perfino ChatGPT, che domina il mercato, “converte” appena il 5% degli utenti.

Un secondo numero. Hanno chiesto agli americani quanto vorrebbero per rinunciare all’AI per un mese: 125 dollari. 1.500 l’anno, contro 1,5. Mille a uno tra il valore percepito e il prezzo pagato. Una sproporzione che nessun mercato tollera a lungo: e chi la tiene in piedi non lo fa per generosità. I dati rivelano un’asimmetria: per la maggior parte l’AI vale poco, per una minoranza moltissimo.
Il meccanismo si basa su due curve.

Usare l’AI costa sempre meno: a fine 2022, il primo ChatGPT costava 20 dollari per milione di token. Due anni dopo: 7 centesimi! 280 volte di meno. E, secondo il MIT, calerà ancora di 10 volte. In Silicon Valley celebrano la «LLMflation» come una democratizzazione.
Invece, costruirla costa ogni anno più del doppio: il primo addestramento, da un miliardo di dollari, è atteso nel 2027. La produzione si concentra in cinque mani, il consumo si massifica a prezzo simbolico. I critici, Ed Zitron in testa, ci vedono un’industria in perdita. Hanno tutti ragione, entusiasti e catastrofisti: il prezzo crolla proprio perché il conto è rimandato.

Intanto, mentre il prezzo unitario crolla, la spesa complessiva triplica: paghiamo meno per ogni domanda e spendiamo di più per le domande; prima o poi il piano che abbiamo fatto ci sta stretto e si sale: pro, plus, max, supermax…
Il listino è la strategia. L’abbonamento standard a ChatGPT costa 20 dollari da sempre, mentre il costo per risposta è crollato di centinaia di volte. Un’àncora, non un prezzo. Attorno, la scala si è allungata: piani da 200 dollari per chi non può più farne a meno, un piano da 8 dollari partito dall’India e, da febbraio, la pubblicità nelle risposte di chi non paga nulla. Gli economisti Bergemann, Bonatti e Smolin hanno dimostrato che è, alla lettera, il menù ottimale per vendere un modello linguistico: tariffe costruite in modo che ognuno scelga da solo la gabbia della propria taglia. Il prezzo d’ingresso non sale mai. Si moltiplicano le taglie.
In settimana, la teoria si è fatta cronaca. A giugno, Anthropic ha lanciato Fable 5, il suo modello più potente, incluso negli abbonamenti; un mese dopo ne ha annunciato l’uscita: chi lo vuole dovrà comprare crediti a consumo. Proteste, proroga al 12 luglio; altre proteste, al 19. E una promessa che è un piccolo capolavoro: tornerà incluso «quando la capacità di calcolo lo consentirà». Prima il migliore in omaggio, poi il migliore “a gettone”.

La domanda la faccio direttamente alle aziende: non è che prima ci fate diventare dipendenti del nuovo modello e poi ce lo fate pagare a parte (e caro)? La dipendenza è documentata: appena esce un modello più capace, l’uso migra in massa e i precedenti si svuotano in poche settimane. Vogliamo tutti l’ultimo modello, sorprendentemente migliore, anche solo per chiedergli la capitale della Francia. E il valore che l’utente tipo attribuisce a questi strumenti è triplicato in un anno.
I numeri confermano. ChatGPT ha superato il miliardo di utenti mensili; i paganti, secondo dati trapelati su The Information, erano 47 milioni a fine 2025: uno su venti! E i piani interni prevedono che gli abbonati da 20 $ crollino dell’80%, rimpiazzati da oltre 100 milioni di abbonati a 8 $ con pubblicità. Non è un aumento di prezzo: è un cambio di valuta. Dal portafoglio all’attenzione.

E l’Italia? Quanto spendano le famiglie italiane per abbonamenti all’intelligenza artificiale non lo sa nessuno: il dato non compare in alcuna statistica pubblica.
Lo so cosa state pensando e avete ragione: 1.500 dollari di valore al prezzo di un caffè è il miglior affare nella storia del consumo. Ma nessuno regala quella differenza: la investono. 600 miliardi di infrastrutture nel solo 2026 e 1.400 impegnati da OpenAI per i prossimi anni, con un traguardo già calcolato: 400 miliardi di ricavi (se tutti pagassero il listino). Chi mette sul tavolo cifre simili acquista una posizione. Per rientrare non passerà dal listino, fermo, ancorato e rassicurante. Passerà da noi: dal nostro tempo e dalla pubblicità cucita sulle nostre conversazioni.
Pensate se la scuola si finanziasse con la pubblicità durante le lezioni. Il prof. d’italiano che fa il “minuto d’oro” mentre spiega Manzoni. Lo accettereste per i vostri figli? O vi fa paura?
Per tre anni ci siamo chiesti quanto costasse l’intelligenza artificiale e la risposta ci ha tranquillizzato: un caffè l’anno. Era la domanda sbagliata. Quella giusta è rovesciata: quanto valiamo noi, a bilancio, per chi ce la regala?
Temo di svegliarmi un giorno con un caffè molto amaro.