Il 17 luglio 2026 scade il termine entro cui gli Stati membri dell’Unione Europea devono identificare formalmente le entità critiche previste dalla Direttiva CER (Critical Entities Resilience, 2022/2557), recepita in Italia con il D.Lgs. 134/2024.

Alla vigilia della scadenza, Eoliann, climate tech italiana e Società Benefit specializzata nel rendere prevedibili i rischi climatici, richiama l’attenzione degli operatori su ciò che accadrà dopo: una volta ricevuta la notifica dello status di “entità critica”, le organizzazioni dei dieci settori coperti dalla direttiva (energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua, sanità, finanza, infrastrutture digitali, spazio) avranno dieci mesi per conformarsi ai requisiti previsti: valutazione del rischio, incluso quello naturale e climatico, piano di resilienza e misure concrete per garantire la continuità dei servizi essenziali.

Per la prima volta, la resilienza delle infrastrutture rispetto agli eventi climatici estremi – alluvioni, frane, ondate di calore, siccità – diventa un obbligo normativo, non soltanto una buona pratica.
“La direttiva CER ci dice che la resilienza non è più un valore, è un obbligo. Per anni abbiamo parlato di infrastrutture critiche come se fossero eterne – ponti, reti elettriche, sistemi idrici pensati per durare un secolo, progettati per un clima che non esiste più. Oggi il legislatore ci chiede di dimostrare che sappiamo quanto siamo esposti, non di dichiararlo a parole. E qui nasce il problema vero: si può normare l’obbligo di essere resilienti, ma non si può normare la capacità di misurarlo,” commenta Roberto Carnicelli, CEO di Eoliann.
Per Eoliann, quindi, si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma: la compliance è l’innesco, e la CER deve essere intesa in quest’ottica come una leva per le infrastrutture critiche, che hanno l’opportunità di passare dalla reazione all’azione preventiva responsabile, a beneficio dei dei territori che da esse dipendono per costruire una resilienza vera e misurabile.

Da dove partire: conoscere la fragilità dei propri asset

Il primo requisito della direttiva è la valutazione del rischio: serve capire quali asset sono più fragili, quali mettono a repentaglio la continuità operativa e dove intervenire per primi, con quale ritorno sull’investimento.
È qui che si inserisce Airis, la piattaforma di climate risk analytics di Eoliann che, attraverso l’integrazione di dati satellitari, algoritmi di machine learning e modellazione del rischio, mette a disposizione di istituzioni e gestori di infrastrutture critiche uno strumento in grado di trasformare l’analisi climatica in pianificazione concreta. Il sistema processa dati satellitari e geospaziali come input per modelli proprietari di machine learning – validati su eventi reali e sulle mappe delle autorità locali, con il supporto dell’ESA – che stimano probabilità, intensità e impatto fisico ed economico dei principali rischi climatici su asset e reti infrastrutturali, con copertura europea, previsioni ad alta risoluzione fino al 2050 e tre scenari climatici; a oggi, gli algoritmi hanno previsto tutti i principali eventi climatici registrati in Italia e in Europa con un’accuratezza fino al 95%.
Airis è pensata per chi gestisce infrastrutture critiche e deve passare dalla reazione all’azione: dalla mappa del rischio alla fragilità dei singoli asset, dalla prioritizzazione degli interventi alla quantificazione delle perdite evitate. Dati granulari e scenari forward-looking che supportano tanto gli obblighi di compliance quanto le decisioni di pianificazione, manutenzione e allocazione del capitale.
“In Eoliann vediamo aziende ed enti pubblici che vogliono costruire una strategia di resilienza senza avere ancora gli strumenti per capire, con dati alla mano, dove devono intervenire davvero,” prosegue Carnicelli. “La direttiva è un passo necessario. Ma restare a norma non basta: bisogna passare dal rispettare una scadenza al costruire, finalmente, un’infrastruttura che regge.”

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