Il Somaliland condivide lo stesso tratto di mare dello Yemen. È di fronte alle coste da dove partono gli abbordaggi dei pirati e da dove gli Houthi sparano sulle navi israeliane. Quella del Paese africano, da poco indipendente (1991) e altrettanto da pochi riconosciuto, è una posizione strategica a livello mondiale. Ne parliamo con Salma Sheikh, direttrice del Somaliland Review.

Considerando la vicinanza, come viene percepita la minaccia degli Houthi?
«Somaliland e Yemen condividono da secoli profondi legami storici, culturali ed economici. Tuttavia, l’instabilità che ha colpito lo Yemen negli ultimi decenni ha creato importanti sfide di sicurezza nell’area di Bab el-Mandeb, che ci interessa in prima persona. D’altra parte, non ci consideriamo un bersaglio diretto».

Quali misure state adottando per impedire che le tensioni regionali si estendano al Corno d’Africa?
«Nonostante il limitato sostegno internazionale, il Somaliland si è affermato come un partner affidabile per la sicurezza nel Corno. Attraverso una governance efficace e la cooperazione con partner internazionali, abbiamo svolto un ruolo importante nella lotta alla pirateria e nella protezione delle nostre coste. Il Somaliland non rappresenta una minaccia per nessuno e desidera mantenere relazioni pacifiche con tutti. Continuiamo a investire nella sicurezza marittima e a collaborare con i partner che garantire la stabilità e la libertà di navigazione nel Golfo di Aden».

La Somalia viene spesso descritta come uno Stato fragile. Voi come affrontate le sfide derivanti dalla vicinanza con Mogadiscio?
«Somaliland e Somalia hanno seguito percorsi diversi a partire dal 1991. Il Somaliland ha ricostruito le proprie istituzioni attraverso processi di riconciliazione, iniziative guidate dalle comunità locali e un sistema democratico funzionante. La Somalia, invece, continua a confrontarsi con gravi problemi di stabilità e Stato di diritto. Per noi pace, democrazia e autogoverno rappresentano valori fondamentali. Per questo una parte significativa del bilancio nazionale viene destinata alla sicurezza e alla protezione delle frontiere. Su questi temi, per molti anni abbiamo mantenuto un dialogo Mogadiscio. Tuttavia, il livello di corruzione e le difficoltà di governance della controparte hanno reso sempre più complesso proseguire quel percorso».

Detto questo, il Somaliland continua a non essere formalmente riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale. Perché?
«Molti Paesi apprezzano i risultati ottenuti nella costruzione della pace, nella stabilità e nella democrazia, ma restano prudenti per ragioni legate agli equilibri regionali e internazionali. Noi riteniamo di aver dimostrato, in oltre trent’anni, di possedere tutti i requisiti pratici di uno Stato. Il riconoscimento ora sta agli altri. Siamo comunque incoraggiati dal crescente livello di coinvolgimento di alcuni governi. Penso a Israele, Taiwan e l’Etiopia, nostri alleati fondamentali. Confidiamo nell’obiettività di altri Paesi, in Africa, Asia e Occidente».

La competizione per l’influenza nel Corno d’Africa coinvolge oggi attori come Cina, Turchia, Stati Uniti e Paesi del Golfo. Come si muove il Somaliland in questo scenario?
«La politica estera del Somaliland persegue il principio di sviluppare gli interessi del popolo del Somaliland. Cerchiamo partnership costruttive e reciprocamente vantaggiose con chiunque rispetti le nostre aspirazioni, sostenga la stabilità regionale e contribuisca al nostro sviluppo economico. Più che una competizione tra potenze, l’impegno internazionale resta un’opportunità per costruire relazioni concrete nei settori del commercio, degli investimenti, delle infrastrutture, della sicurezza, dell’istruzione e della tecnologia».

Quale sfida il Somaliland dovrà affrontare nel prossimo decennio tra sicurezza, sviluppo economico, cambiamento climatico o riconoscimento internazionale?
«Tutti questi aspetti sono collegati. La sicurezza è essenziale per la stabilità, lo sviluppo economico è indispensabile per la prosperità, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia concreta per un Paese che dipende fortemente da allevamento e agricoltura, mentre il riconoscimento internazionale aprirebbe nuove opportunità di investimento e cooperazione. Un’economia forte crea occupazione, attrae investimenti, rafforza le istituzioni e aumenta la resilienza di fronte alle sfide legate alla sicurezza e al clima. Detto questo, il pieno riconoscimento internazionale rimane un obiettivo cruciale, perché contribuirebbe ad accelerare i progressi in tutti gli altri settori».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).