Dalla sua nascita nel 1991, il Somaliland è rimasto una delle grandi anomalie della politica internazionale: uno Stato mussulmano sunnita che possiede un governo stabile, istituzioni funzionanti, una propria moneta, forze armate e un sistema democratico relativamente consolidato, ma privo di riconoscimento internazionale e di confini riconosciuti. Oggi, però, quel territorio affacciato sul Golfo di Aden è diventato uno dei luoghi più ambiti della competizione strategica tra le potenze regionali.

La crescente cooperazione tra Somaliland e Israele – unico Stato al mondo ad averlo formalmente riconosciuto il 26 dicembre 2025 – rappresenta uno degli sviluppi geopolitici più significativi degli ultimi mesi. Nasce dall’intersezione di interessi militari, economici e logistici che coinvolgono il Mar Rosso, il Golfo di Aden e lo Stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale di cui abbiamo più volte parlato qui.

Berbera, il porto che vale più della sua posizione geografica

Il Somaliland occupa circa 137 mila chilometri quadrati (equivalenti al territorio dell’Italia settentrionale) ma ospita poco più di sei milioni di abitanti (due volte la provincia di Milano). Pur avendo proclamato nuovamente la propria indipendenza dalla Somalia nel 1991, dopo il collasso del regime di Siad Barre, continua a essere considerato parte integrante dello Stato somalo dalla quasi totalità della comunità internazionale.
Il suo principale punto di forza è la posizione geografica. Il porto di Berbera si affaccia sul Golfo di Aden, lungo la rotta che collega il Canale di Suez all’Oceano Indiano. Da qui transitano ogni anno migliaia di navi commerciali dirette tra Europa e Asia. In linea d’aria, Berbera dista poco più di 300 chilometri dallo Yemen e circa 550 chilometri da Sana’a, controllata dagli Houthi. Una distanza sufficiente a spiegare l’interesse strategico israeliano per quest’area.

Dopo oltre un anno di attacchi contro il traffico mercantile nel Mar Rosso da parte delle milizie yemenite sostenute dall’Iran, Israele considera ormai il controllo delle rotte marittime un fattore essenziale per la propria sopravvivenza. Disporre di un partner stabile sulla sponda africana significa migliorare le capacità di sorveglianza del traffico navale, raccogliere informazioni sulle attività degli Houthi e rafforzare la sicurezza di uno dei principali corridoi commerciali mondiali.

Dalla sicurezza allo sviluppo: una cooperazione sempre più ampia

Il presidente del presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, ha visitato Gerusalemme nel giugno scorso. E, in quell’occasione, il ministro Katz ha dichiarato che i due Stati hanno condotto una serie di segrete operazioni congiunte. Oltre a queste, Israele punta a esportare tecnologie per la gestione delle risorse idriche, l’agricoltura, la sanità e lo sviluppo economico. La vicedirettrice di MASHAV, l’agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo, Eynat Shlein, ha indicato proprio acqua e sanità come le priorità della collaborazione bilaterale.
Per Hargeisa il rapporto con Tel Aviv rappresenta molto più di un’opportunità economica. Il primo riconoscimento diplomatico costituisce infatti un precedente di enorme valore politico, perché rompe 35 anni di isolamento internazionale e potrebbe incoraggiare altri Paesi a seguirne l’esempio.
Sul piano economico, il porto di Berbera è destinato ad assumere un ruolo crescente anche nei collegamenti con l’Etiopia, un mercato di oltre 130 milioni di abitanti privo di accesso diretto al mare. Negli ultimi anni sono stati avviati importanti investimenti per ampliare il terminal portuale e i collegamenti stradali verso l’interno del Corno d’Africa, trasformando Berbera in un’alternativa ai tradizionali sbocchi commerciali della regione.

Un nuovo equilibrio nel Corno d’Africa

Il rafforzamento dei rapporti tra Israele e Somaliland si inserisce nella competizione che coinvolge Emirati Arabi Uniti, Turchia, Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti e Cina per il controllo delle infrastrutture portuali e delle rotte energetiche del Mar Rosso.
Per Israele la priorità resta impedire che il Golfo di Aden e Bab el-Mandeb diventino un’area dominata dagli alleati regionali di Teheran. Gli attacchi degli Houthi – per non parlare del pasticcio di Trump a Hormuz – hanno dimostrato come sia sufficiente minacciare una delle principali rotte commerciali mondiali per produrre effetti immediati sui costi dei trasporti, sui premi assicurativi e sulle catene di approvvigionamento globali.
Per il Somaliland, invece, la cooperazione con Israele rappresenta un’opportunità per attrarre investimenti, sviluppare infrastrutture e rafforzare la propria legittimazione internazionale. Per la Somalia, che continua a rivendicare la sovranità sull’intero territorio, si tratta invece di un ulteriore elemento di tensione.
La vicenda dimostra ancora una volta come, nel nuovo confronto geopolitico tra Israele e Iran, la partita non si giochi soltanto a Gaza, in Libano o nello Stretto di Hormuz. Anche il Corno d’Africa sta assumendo un ruolo sempre più centrale. E il piccolo Somaliland, finora ai margini della politica internazionale, è destinato a trasformarsi in uno dei principali avamposti della competizione per il controllo del Mar Rosso.

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Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore scientifico con una grande passione per la storia e per la ricerca in campo energetico. Autore di 900 analisi, saggi, articoli di divulgazione e di circa 100 articoli scientifici, brevetti, conferenze, contributi a congressi, 2 libri.