Politica
Elezioni 2027, sondaggi elettorali e classifiche di gradimento creano dibattiti inutili
Il rapporto tra media e istituti demoscopici pare ormai essere diventato una sorta di gioco di ruolo: alcuni (non tutti, per fortuna!) sondaggisti spacciano determinati (inaffidabili) risultati con l’obiettivo di fare parlare di sé, mentre i media che li ospitano accolgono ben volentieri l’invito a veicolarli affinché si parli anche di loro, di chi li ospita, con tanto di successivo dibattito, tra gli esperti della materia, i politici e i commentatori. Un circolo vizioso, più che virtuoso…
Non occorre ricordare ancora una volta, biasimandolo, il consueto balletto delle stime sull’orientamento di voto: con cadenza settimanale, alcuni quotidiani o programmi televisivi parlano di grandi miglioramenti o peggioramenti per partiti che guadagnano o perdono 0,2-0,3 punti percentuali, quando nella realtà statistica si tratta di incrementi o decrementi inesistenti, una o due persone in più o in meno per quel partito.
Battaglia persa, me ne rendo conto. Ricordo un uomo politico che, di fronte ad un sondaggio pre-elettorale che dava i due contendenti distanziati di 0,2%, ebbe il coraggio di chiedermi: sì, ma per chi?
A volte però capita qualcosa di più che fastidioso, che veicola informazioni approssimative e non attendibili, sulle quali si aprono dibattiti piuttosto surreali anche tra i partiti politici, basati sul nulla, o quasi. L’ultimo esempio in ordine di tempo di questo “fenomeno”, che fa inorridire analisti e statistici universitari, è il sondaggio pubblicato dal Sole24ore lunedì 6 luglio, l’annuale rilevazione “Governance Poll”, in cui veniva presentato un dato chiamato “indice di gradimento” per 92 sindaci di capoluoghi di provincia e 18 Presidenti regionali.
Iniziamo proprio da questo indice, come viene appunto definito. Cos’è esattamente? Non è ben chiaro. La domanda posta agli intervistati è la seguente: “Le chiedo un giudizio complessivo sull’operato del sindaco (o del presidente della regione). Se domani ci fossero le elezioni comunali (o regionali), lei voterebbe a favore o contro l’attuale sindaco (o presidente della regione)?”
Questo è un tipo di domanda che, nei manuali delle survey, viene etichettata come “double-barreled”, vale a dire una doppia domanda con una sola possibile risposta. Qui le domande sono appunto due: la prima riguarda il giudizio sull’operato, la seconda l’orientamento di probabile voto. Se sono un cittadino lombardo vicino al centro-sinistra, posso anche essere abbastanza soddisfatto di come ha governato Fontana, ma certamente non lo voterei. O viceversa, se fossi un cittadino di centro-destra in Sardegna. Quindi: a quale domanda rispondo? Non si sa.
C’è poi il problema del numero di intervistati (1000 nelle regioni e 600 nei capoluoghi). Il margine di errore delle stime presentate, è dell’ordine di +/- 4,5%. Se ottengo una stima del 53%, il risultato “vero” si situa dunque in un intervallo compreso tra il 48,5% e il 57,5%. Se andiamo a controllare la tabella pubblicata, possiamo notare facilmente come tutte le stime di gradimento dei 92 sindaci (tranne in una ventina di casi) sono comprese proprio tra i 48 e i 58 punti percentuali. Il che significa, in parole semplici, che possiamo essere certi solamente dell’eccellenza dei primi 10 e della relativa insufficienza degli ultimi 10 in classifica.
Indagini senza alcuna possibilità di essere giudicate realistiche, ma che determinano grandi (inutili) dibattiti. Ricordo il sindaco di una città ligure, che era terminato in fondo a questa classifica. Le elezioni comunali di un paio di mesi dopo lo videro trionfare al primo turno, con quasi il 60% dei consensi. Ecco…
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