Le difficoltà che la maggioranza incontra nel portare a termine la legge elettorale in realtà sono avvertimenti di una divinità amica che presagisce la catastrofe che incombe sulla premier e sul centrodestra se nel 2027 si dovesse andare a votare con lo Stabilicum. Per come si sono messe le cose della politica, Giorgia Meloni può solo perdere le elezioni se Futuro Nazionale si presentasse da solo. Certamente perderebbe l’anima se l’alleanza di centrodestra facesse entrare Roberto Vannacci e i suoi; e forse anche le elezioni perché molti moderati si rifiuterebbero di trovarsi in questa scomoda compagnia. Il Generale ha il vento in poppa; la sua non è solo un’operazione nostalgica che cerca di intercettare quegli umori che la svolta meloniana ha archiviato troppo in fretta, e di arruolare quell’elettorato eversivo che nel 2018 votò in massa per il M5S e la Lega e che è deluso per la virata perbenista attuata da quei partiti nella trascorsa legislatura.

Futuro Nazionale è nato da una costola della Lega. Meloni avrebbe più possibilità di vincere con il Rosatellum, anche se la sua coalizione non sarebbe in grado di fare cappotto nei collegi uninominali, ma dovrebbe contenderseli con i candidati del campo largo o di come diavolo si chiamerà allora. Da trent’anni andiamo ripetendo la litania per cui, il giorno dopo lo spoglio delle schede, deve essere chiara la coalizione che ha vinto, tanto che eventuali ipotesi di accordi tra forze diverse vengono definite spregiativamente “inciuci”, proprio quando l’inciucio è operante all’interno di ciascuna delle coalizioni in competizione. Con lo Stabilicum non si confronteranno due schieramenti sufficientemente omogenei, ma due esempi di “inciucio” che hanno in comune soltanto l’ostilità tra di loro.

Ecco perché il voto con lo Stabilicum si risolverà in un banale scontro tra forze politiche coalizzate soltanto per motivi di potere, con conseguenze che possono essere opposte per Meloni rispetto a quelle che l’hanno indotta, prima di conoscere l’esito del referendum sulla giustizia, a presentare un ddl di carattere elettorale che avrebbe dovuto consolidare in termini di maggioranza parlamentare quel successo del Sì che sembrava acquisito. È la stessa sequenza che teneva insieme la riforma Renzi-Boschi e la legge elettorale definita Italicum. La sconfitta nel referendum del 2016 determinò coerentemente la caduta dell’Italicum perché era fallito l’obiettivo principale dell’operazione politica. Dopo l’insuccesso della riforma Nordio, perseverare su una legge destabilizzata vuol dire farsi del male, lavorare per il re di Prussia: in breve, candidarsi a perdere, tanto più nel nuovo quadro politico determinato dalla discesa in campo di FN.

È singolare che una leader cauta e navigata come Meloni si appassioni a una competizione elettorale che somiglia a una roulette russa, pronta a farsi saltare le cervella purché anche la sua avversaria corra lo stesso rischio. Non ha alcun senso la demonizzazione del “pareggio”, che in tutti gli aspetti della vita – compresa la politica – è molto meglio di una sconfitta aggravata dalla inesorabilità di un sistema maggioritario. L’esperienza dimostra che anche in questa ipotesi – come avviene in altri Paesi – è possibile governare. Come disse Mario Draghi, i governi tecnici non esistono, se hanno i voti e la fiducia del Parlamento. Sergio Mattarella e prima di lui Giorgio Napolitano hanno dimostrato di saper gestire egregiamente l’impasse nel formare una maggioranza. Poi è ora che si smetta di coprirsi di ridicolo e cambiare praticamente a ogni consultazione la legge elettorale. Per trovare un’intesa nella maggioranza sulla questione delle preferenze circolano soluzioni non solo di dubbia costituzionalità, come il tentativo di introdurre un premierato di fatto che violi le prerogative del Capo dello Stato (nel compito di nominare il presidente del Consiglio e i ministri) a legislazione costituzionale invariata o quello di disporre un mix tra candidati garantiti e altri costretti a rincorrere le preferenze: le regole non possono essere un regolo lesbio che si adatta alle opportunità, ma costituiscono la forma stessa di una democrazia.

Infine, un ragionamento politico e una domanda: che cosa vuole fare Giorgia Meloni da grande? La premier si è smorzata, ma non è tutta colpa sua. Si è trovata all’improvviso coinvolta in un gioco geopolitico non solo più grande di lei, ma soprattutto più grande dell’Italia. Nei prossimi anni Meloni vuole impiegare le sue capacità a tenere insieme l’armata Brancaleone del suo partito e della sua coalizione oppure intende proseguire il cammino iniziato nella storia italiana, affossando un bipolarismo inadeguato per liberare così le forze politiche che ne sono prigioniere e sperimentare nuove alleanze forgiate da princìpi comuni, a partire dalla politica europea e internazionale? Un “liberi tutti” che rappresenti un nuovo inizio deve passare per un ritorno a un sistema di votazione proporzionale.