La guerra e l'economia in crisi
Allarme Bab el-Mandeb, si cercano vie alternative in caso di blocco. L’allarme di Zampieri: “Le infrastrutture su terra non sono adeguate”
Peggio di Hormuz c’è Bab el-Mandeb, il cui eventuale blocco declasserebbe il Mediterraneo al rango di una vasta piscina salata. La crisi dello Stretto all’imboccatura del Golfo Persico continua. Entrambe le parti dichiarano di averne il controllo. Quindi le navi possono transitare. A dire di Trump e dei Pasdaran. Il fatto è che non si decide in via unilaterale se un chokepoint sia libero o meno. Per farlo serve un accordo tra le parti. Al netto del diritto internazionale, solo la sua chiusura è un atto che si può imporre in autonomia. Come ha fatto l’Iran. Del resto la dichiarazione del presidente Usa della libera circolazione di Hormuz, la scorsa settimana, era subordinata a un pedaggio del 20% sul valore dei carichi in transito sotto scorta americana. Proposta ritirata per l’opposizione dell’industria armatoriale e dell’agenzia delle Nazioni Unite, International Maritime Organization.
Ieri così proseguiva il ping pong Washington-Teheran su chi sarebbe il vero «angelo custode» di Hormuz. Quindi mercati nervosi il giusto e petrolio in rialzo, 90,8 dollari al barile il Brent (+1,7%), 83,9 dollari il Wti (+1,8%). Tuttavia, gli osservatori stanno cominciando a monitorare l’ingresso del Mar Rosso. Bab el-Mandeb è uno dei colli di bottiglia del mercato globale. La minaccia trasmessa dagli Houthi all’Arabia Saudita non riguarda solo Riad. Non si limita alle forniture energetiche. Ne vanno di mezzo Cina, le tigri del Sud-Est asiatico, India, Europa e quindi l’Italia. Con la fiducia del mondo verso Iran e Usa sempre più al lumicino, serve verificare la fattibilità di vie alternative. Gli oleodotti che collegano i produttori del Golfo a Fujairah, sul Golfo dell’Oman, e al porto saudita di Yanbu, sul Mar Rosso, consentono di aggirare parzialmente Hormuz.
Ma non Bab el-Mandeb. La cui chiusura imporrebbe un transito del Mar Rosso soltanto da nord. A questi si aggiungono altre infrastrutture. Da ripristinare oppure realizzare ex novo. È il caso dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, operativo fino alla seconda guerra del Golfo, nel 2003. Bagdad punta a riattivarlo. Il che vorrebbe dire far sedere allo stesso tavolo Israele, Siria e Turchia. Non è un lavoro semplice. Altrettanto complessa sarebbe la realizzazione di un corridoio ferroviario Istanbul, Aleppo, Damasco, Amman, nord dell’Arabia Saudita, Medina, Gedda, con un’estensione finale fino all’Oman. Tuttavia, lasciar fuori dalla tratta Israele equivarrebbe a una pre-dichiarazione di ostilità. Sicuramente da parte della Turchia, sempre più impaziente nel vedere Gerusalemme interferire nelle proprie aree che ritiene di sua competenza (Siria e Caucaso). Del resto, Israele non sa più nascondere il proprio disappunto per l’ombrello protettivo che Ankara ha aperto su tutta la Sunna. Quindi Fratellanza musulmana e Hamas.
Da qui due conclusioni. Una politica, l’altra economica. Una più di lungo periodo, l’altra immediata. «Dirottare su terra quello che transita da Hormuz e Bab el-Mandeb è un’idea che spunta fuori ciclicamente», commenta Francesco Zampieri, ricercatore senior presso il Centro Studi Militari Marittimi (Venezia). «Tuttavia, le infrastrutture su terra non sono né adeguate né sufficienti per colmare il vuoto che verrebbe a crearsi qualora venisse bloccato il Mar Rosso. Peraltro, oleodotti, treni e camion sono obiettivi non meno vulnerabili di una petroliera o di una porta container». Lato economia, è Giorgio Arfaras del Centro Einaudi a rispondere: «Qualunque sia la soluzione presa, il problema del prezzo alla pompa di benzina non cambia. I raid iraniani sulle infrastrutture di raffinazione dei vicini Paesi arabi hanno strozzato non tanto la produzione di petrolio quanto la produzione di idrocarburi diretti al consumatore finale. È un danno economico globale. Con ripercussioni politiche che si valuteranno a breve nelle urne».
© Riproduzione riservata







