Dal Nobel per la pace, alla ricostruzione dell’impero sovietico...
Trump il megalomane e Putin l’introverso, quando l’ego altera la visione del mondo: “Ma lo sceriffo Rubio ha rimesso al centro la real politik”
Subito dopo il summit Trump-Putin, ad Anchorage, in Alaska, lo scorso anno, circolava in rete una vignetta. I due leader erano visti entrambi con una corona d’alloro. Ognuno però aveva in mente un obiettivo diametralmente opposto a quello dell’altro. Trump sognava il Nobel per la pace. Putin la ricostruzione dell’impero sovietico. I droni ucraini che sorvolano il cielo di San Pietroburgo smentiscono quell’improbabile “entente cordiale” cui si era assistito mesi fa. «È il segno che Washington si è stufata di Putin. Trump è impegnato in altre guerre. Non ha tempo di dedicarsi a chi, al Cremlino, rifiuta qualsiasi negoziato». Anna Zafesova, giornalista, politologa ed esperta di Russia, osserva come le due potenze mondiali non siano più capaci di garantire stabilità e ordine nel mondo. «Si sono ridotte entrambe a una visione personalistica del potere. Il presidente Usa è un narcisista e megalomane, mentre quello russo introverso e insicuro. Insieme condividono la convinzione di incarnare il potere mondiale».
L’handicap è politico, ma anche personale. Così gli Usa non riescono più a fare da poliziotto del mondo, com’è stato in passato, e la Russia ha le mani legate nel ridefinire la propria sfera d’influenza. Tant’è che Trump si trova arenato nello Stretto di Hormuz e Putin è offuscato dalla sua ideologia di Santa Madre Russia, che gli impedisce di arrivare a un dunque con l’Ucraina. «L’attacco di ieri alla città natale del leader russo – osserva l’analista – è la dimostrazione che ora, a Washington, prevale la linea di Rubio, quella del repubblicano vecchio stile, tale per cui se non siamo riusciti a convincerti con le buone, adesso passiamo alle maniere più brusche».
La svolta della guerra in Ucraina nasce proprio dal passaggio di consegne. «Rubio ha rimesso insieme il “real” con la “Politik”, scisse dall’avvento della fantasia al potere espressa da Trump». Spiega Zafesova. «Ricordiamoci il suo video su Gaza. Trump è un ottimista. Pensa di poter risolvere i problemi offrendo alle parti facili ricchezze, fatte di golf club e hotel di lusso. Con il suo sadismo, Putin non potrebbe mai accettare un’offerta simile. Prova piacere nel vedere distrutto il suo nemico. Basta vedere come avvelena e tortura i suoi oppositori».
La stessa dinamica si è avuta nella guerra con l’Iran. Trump era convinto di aprire e chiudere il dossier in pochi giorni. Si è trovato di fronte l’ostacolo di un regime, la cui ideologia non può essere messa in discussione. «Il presidente Usa vorrebbe che tutti si volessero bene e andassero a giocare nei suoi casinò e a fare shopping nei suoi centri commerciali», dice Zafesova. Ma come potrebbero gli Ayatollah cadere in simili tentazioni? «Abbiamo passato tutto il 2025 a rimuginare sulla sfuriata di Trump a Zelensky alla Casa bianca, oggi vediamo che gli Usa non hanno mai interrotto gli aiuti a Kyiv. Salvo il fatto che oggi sono pagati dagli europei». Questo perché? «Perché Rubio e Zelensky hanno ripreso in mano i codici della politica, fatta di regole, limiti e condizioni».
Nel Golfo dovrebbe arrivare lo stesso sceriffo, quindi. Quello che manda fucili alla resistenza iraniana e intanto sceglie chi sarà il nuovo capo a Teheran. L’errore di valutazione della Casa bianca è stato segnalato fin da subito. Da Israele per prima. La scadenza delle elezioni a novembre e la convinzione di poter vincere facilmente hanno portato gli Usa in un carrugio pericoloso. Com’è stato per la Russia.
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