L’alba di mercoledì 3 giugno a San Pietroburgo doveva illuminare la giornata inaugurale dello Spief, il “Forum economico internazionale” organizzato con cadenza annuale dal governo russo. Dopo diversi anni, tornava allo Spief un rappresentante dell’Amministrazione statunitense, il capo della commissione belle arti Rodney Mims Cook Jr, e insieme a lui correvano a Mosca frotte di influencer Maga, una delegazione di alti funzionari del partito tedesco Afd e diversi imprenditori europei “dissidenti”, in maggioranza tedeschi. Più che essere un forum imprenditoriale, il Forum rispecchia un ridisegno delle alleanze e degli equilibri orbitanti attorno a Mosca, con Iran e Cina in prima fila, senza nascondere in alcun modo le quinte colonne europee del regime.

Per gli ospiti del Forum, non è stato un dolce risveglio. Attorno alle 5 della mattina di ieri, il cielo di San Pietroburgo è stato solcato da decine e decine di droni radiocomandati direttamente dal territorio ucraino. Immediatamente dopo, lontane esplosioni e nubi di fumo hanno svegliato i pietroburghesi. Internet bloccato, aeroporto di Pulkovo chiuso, allarmi antiaerei in tutta la regione. Di poco successiva, la rivendicazione del Presidente ucraino Zelensky su X: “Le nostre sanzioni a lungo termine hanno prodotto buoni risultati. Tra gli obiettivi il terminal petrolifero di Pietroburgo e una fabbrica di armi russe”. Le notizie da marcare immediatamente sono almeno due: l’Ucraina riesce a colpire la catena di rifornimento bellico oltre il raggio di mille chilometri dal fronte (per intenderci, sono nel raggio l’intero Caucaso, Kazan e il Kazakistan occidentale). La seconda: che la Russia non riesce a difendere neanche la sua seconda metropoli in una giornata segnata da mesi sui calendari.

Non sono i primi attacchi a registrarsi e ad andare a segno in questo 2026: da mesi si susseguono offensive radiocomandate dall’Ucraina in grado di colpire raffinerie, navi ombra (recentemente si stanno intensificando le operazioni nel Mediterraneo), snodi strategici e intere filiere industriali. La difficile situazione sul campo e l’inerzia attualmente negativa al fronte hanno costretto la Russia a ricorrere nell’ultimo mese a ingenti campagne di bombardamento su larga scala in territorio ucraino, ricorrendo al lancio di due missili ipersonici a raggio intermedio Oreshnik, di cui uno andato a segno su Kyiv e l’altro caduto in territorio controllato dai russi. Se, a parole del portavoce del Cremlino Peskov,la Russia risponde colpo su colpo” e si fa forza, internamente la Federazione sta iniziando ad accusare il colpo. L’impatto psicologico dei soventi attacchi ucraini sta sfiancando la popolazione, sempre più soggiogata dal regime che mal tollera ormai anche la libera connessione a Internet, e aumenta progressivamente la coercizione sociale. Dal punto di vista logistico ed economico, il timore maggiore è di vedere isolato il fronte, con la catena della supply chain ormai vulnerabile e facilmente bersagliabile da dispositivi a basso costo, capaci di mettere a repentaglio forniture dal valore anche 1.000 volte superiore per unità.

Due ultime considerazioni, che ci consentono di riannodare il filo. Alla “Davos” di San Pietroburgo è presente l’Amministrazione Trump, che da tre mesi sta estendendo deroghe alle sanzioni sulla vendita del petrolio russo per stabilizzare il mercato dopo lo shock iraniano. Ultimo passo di un corteggiamento in corso ormai dal giorno della rielezione di Trump, che non ha portato alcun risultato pacifico al fronte. Contemporaneamente, a Kyiv sono volati il Segretario generale della Nato Mark Rutte e il presidente del comitato militare Cavo Dragone. Una visita simbolica e allo stesso tempo ad alto significato: all’ordine del giorno c’è lo sblocco dei contratti per le forniture dei missili Patriot all’Ucraina, con deadline operativa fissata per la prossima settimana.

Psicologia, genio bellico ed economia si intrecciano sempre più, tra i fili di un conflitto troppo annodati per essere sciolti da un “calcio yankee”. Per saperne di più, citofonare alla fu pacifista Casa Bianca.

Filippo Rigonat

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