C’è sempre una “prima volta”. A questo giro è toccato alla Lettonia aggiungersi al sempre più lungo elenco di Paesi dell’Est invasi da un drone ostile. Ieri mattina, attorno alle 9:20 ora locale, la Lettonia orientale è stata scossa da un allarme antiaereo successivo all’individuazione di un velivolo non identificato in rotta nello spazio aereo del Paese Ue. Di poco successiva, la notizia dell’abbattimento riuscito di un drone da parte degli aerei della missione Baltic Air Policing della Nato. Secondo le Forze Armate Nazionali lettoni, il drone sarebbe entrato nel territorio della Lettonia, membro Nato e dell’Unione europea, “successivamente a un’offensiva elettromagnetica proveniente dal territorio della Federazione Russa”.

Che fossero giorni di particolare fermento ce n’eravamo accorti tutti. Non è ovviamente casuale la concatenazione di eventi che vede l’intensificarsi della guerra dei cieli, la visita ormai non più segreta di Roman Abramovič a Kyiv su impulso di Putin, la lettera diretta indirizzata da Zelensky allo zar e, infine, l’incontro a Downing Street del presidente ucraino con i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna. Le parti si stanno parlando, con difficoltà. Lo scambio interposto si gioca al momento ancora sul piano posizionale, con i due interlocutori che, a conflitto in corso, premono per consolidare la propria forza negoziale. La sovrastruttura della contesa è psicologica, la struttura è tragicamente fisica, con attacchi e violenze crescenti ormai prevalentemente nei territori dei due Paesi più che sulla linea del fronte (dove la Russia arretra). Questo perché non esiste alcun soggetto in grado di imporre condizioni al tavolo. Nemmeno gli Stati Uniti, al momento defilati sul dossier Ucraina, hanno dimostrato di poter farlo.

L’attrito odierno corrode le asperità dei due fronti, che comunque presto o tardi dovranno uscire allo scoperto con le proprie reali posizioni al tavolo negoziale che contemplano, realisticamente, vincoli irrinunciabili per la trattativa e questioni trattabili. L’Ucraina e il suo presidente sono da sempre molto chiari nel definire i confini entro il quale si può trattare, e questa chiarezza è stata ribadita a Londra insieme ai leader del formato E3. I cinque punti emersi a Downing Street sono riassumibili così: no a un “fronte congelato” in stile Georgia, no a qualsiasi interferenza russa negli affari interni ucraini, garanzie affinché tra cinque anni non si torni al punto di partenza. La pace, insomma, deve essere reale e duratura, al costo di essere dolorosa nel breve termine (con il riconoscimento della perdita di parti di territorio ucraino). L’esatto contrario dei desiderata di Vladimir Putin che, da ultimo erede della trapassata dottrina sovietica dei “frozen conflicts”, vorrebbe mantenere indefinita la questione (come nel 2014) tenendosi le mani libere in vista di un nuovo round, sfruttando la stanchezza del fronte occidentale.

Per questo, ad essere oggi quanto mai necessario è un protagonismo unitario dei Paesi dell’Unione europea, nonché del pilastro europeo Nato, all’interno della partita. La nostra posizione si rafforza se rafforziamo il supporto all’Ucraina. Stare al fianco di Kyiv nelle trattative vuol dire tracciare con i nostri paletti la strada della pace, anche se questo a molti commentatori nostrani sembra poco chiaro. Essere forti oggi vuol dire fermare un uragano che potrebbe investirci domani. Ed evitare che i Baltici siano svegliati da sorprese più pericolose di un drone.

Filippo Rigonat

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