Situazione politica e strategica difficilissima per Israele in questo momento, in un contesto internazionale assurdo, nel quale passa quasi inosservata la sospensione del procuratore Karim Khan da parte dell’ufficio esecutivo della Corte Penale Internazionale per molestie sessuali. L’ufficio ha stabilito che il procuratore Khan, lo stesso che aveva incriminato Netanyahu e l’ex ministro della Difesa israeliano Gallant per presunti crimini di guerra, chiedendone l’arresto, si sarebbe reso responsabile di gravi illeciti legati a rapporti sessuali non consensuali con un’avvocata del suo ufficio.

Il governo britannico, tramite la ministra degli Interni Yvette Cooper, ha invitato le aziende britanniche a «cessare ogni attività nelle colonie israeliane in Cisgiordania» perché «i coloni violenti non devono trarre profitto dalle terre sottratte ai palestinesi». La condanna dei violenti è giusta, ma forse si potrebbe suggerire alla ministra britannica un ripasso della storia della Giudea e Samaria. E che dire del soldato serbo dell‘Unifil ucciso da un colpo di mortaio lanciato da Hezbollah, ampiamente documentato da Israele nell’indifferenza generale dei media? O dei due italiani della Flotilla terrestre diretta a Gaza arrestati dalle autorità libiche? Quello sì che è un vero sequestro di persona, ma a quanto pare, non trattandosi di Israele, la vicenda passa quasi sotto silenzio. Non abbiamo visto scioperi generali, manifestazioni o mobilitazioni di massa per la liberazione dei due connazionali. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sta facendo il possibile per ottenerne il rilascio, ma tutto avviene nell’indifferenza della galassia pro-Pal.

Da ore i telegiornali ripetono senza sosta la notizia dell’apertura di un’indagine per tortura e sequestro di persona nei confronti del ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir, accusato di aver vessato i componenti della Flotilla mentre erano inginocchiati e ammanettati. Un comportamento già a suo tempo condannato duramente in Israele da Netanyahu, dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e da una parte significativa dell’opinione pubblica israeliana. Falso è invece sostenere che l’abbordaggio della Flotilla costituisca un sequestro di persona solo perché avvenuto in acque internazionali. L’intenzione degli attivisti di forzare il blocco navale israeliano davanti a Gaza era stata dichiarata pubblicamente. Il rapporto Palmer dell’Onu del 2011 certifica la legittimità del blocco e delle azioni della Marina israeliana.

In questo clima c’è poco da stupirsi se Ben-Gvir, rispondendo all’indagine a suo carico, ha dichiarato che l’Italia è passata dall’essere il Paese dello stivale al Paese dell’infradito. Una dichiarazione pesante, stigmatizzata dal ministro Tajani, ma non del tutto priva di fondamento. Resta inoltre difficile comprendere la costruzione giuridica e la validità di un’inchiesta aperta dalla magistratura italiana nei confronti di un ministro di uno Stato democratico e alleato. Netanyahu si trova oggi tra l’incudine di Trump e il martello dell’opinione pubblica israeliana, che vorrebbe un intervento militare definitivo contro Libano e Iran, senza tenere conto delle pressioni americane e dei partiti d’opposizione israeliani che soffiano sul fuoco in vista delle elezioni di ottobre.

Lo scambio di colpi tra Israele e Iran di lunedì è stato duramente stigmatizzato dal presidente Usa e, dopo le parole grosse volate nei giorni scorsi, il rapporto tra Bibi e Donald appare sempre più teso. Trump avrebbe detto chiaramente a Netanyahu che ulteriori attacchi contro l’Iran rischierebbero di lasciare Israele isolato. Va inoltre sottolineato che l’Iran ha accettato rapidamente il nuovo cessate il fuoco con Israele dopo aver subìto la distruzione di impianti petrolchimici e dopo che, per poco, non è stato eliminato il presidente Pezeshkian. Ieri, dopo l’invito all’evacuazione della popolazione, Tiro è stata colpita più volte dall’Idf. Gerusalemme ha inoltre adottato una nuova politica di deterrenza nei confronti di Hezbollah: ogni attacco della milizia sciita contro Israele comporterà automaticamente una risposta contro Beirut.