Cosi Sigfrido Ranucci, nello spazio di un mattino, ha cambiato spalla al suo fucile: da amico fraterno, considerato tale da alcuni anni, Valter Lavitola è diventato un pazzo, più esattamente “un caso psichiatrico”, mentre lui e Report sono nel mirino di un attacco fascista che è in atto in tutto il mondo per sconvolgere la libertà dell’informazione portato avanti da Trump e realizzato in Italia da bande di estrema destra.

Si tratta di un colpo di scena straordinario, fatto non da un giornalista di inchiesta, ma da un uomo di cinema e di teatro visto che è stato lui a dare un contributo decisivo a tutta la vicenda in stretto collegamento con Lavitola, mentre l’ingresso in campo dei giornali e di uomini politici del centrodestra è arrivato solo dopo che la strana coppia (appunto Ranucci e Lavitola) hanno costruito tutto il caso. Nell’immediato sono stati Ranucci e Lavitola a parlare per 2 ore nella notte successiva alla perquisizione dei carabinieri a casa di Lavitola, a ricostruire tutti i movimenti di Valter, per costruire un alibi convincente. A conclusione di quella lunga e meticolosa conversazione era stato Ranucci ad assolvere Lavitola dicendo che “non c’è il movente”. Ma a monte di questa singolare conversazione è tutta la vicenda che si fonda fin dal suo inizio sul rapporto organico, di amicizia, insieme personale e politica, stabilita tra Ranucci e Lavitola in termini tali da andare molto al di là di un rapporto professionale fra un giornalista d’inchiesta e una sua fonte peraltro molto chiacchierata.

Fin dall’inizio, ma in un “crescendo rossiniano” Lavitola è partito non solo dall’esigenza di rafforzare la scorta di Ranucci ma per arrivare a ben altro: secondo Lavitola Ranucci aveva un potenziale politico intorno a un 30% di base che, opportunamente incentivato, lo avrebbe potuto portare a guidare un campo larghissimo in una situazione nella quale i partiti sono fragilissimi. Questa tesi di Lavitola ha affascinato Ranucci ed entrambi giocando di sponda e utilizzando il ristorante hanno coinvolto due personaggi chiave del mondo giornalistico quali Stefano Cappellini, direttore di Repubblica, il giornale leader della sinistra e Paolo Mieli che a suo tempo da direttore del Corriere della Sera e’ stato anche il leader del pool dei 4 giornali che ha affiancato il pool dei Pm di Mani Pulite per portare a compimento un’autentica operazione eversivo-rivoluzionaria. Non c’è’ traccia di banda fascista in tutta l’impalcatura che ha costruito questo caso.

Dopo l’attentato, a testimonianza della sua efficacia mediatica, Sigfrido Ranucci ha addirittura ricevuto la standing ovation dei magistrati dell’Anm riuniti nella sala magna della Cassazione che quindi si sono spesi moltissimo nei suoi confronti, cosa di non poco conto anche per quello che riguarda la gestione delle attuali vicende processuali. Non c’è traccia di banda da fascista neanche nei quattro bombaroli coordinati dal guardiaspalle di Lavitola che vengono beccati con le mani nel sacco di un attentato amico fatto con l’obiettivo di dare la spinta decisiva alla costruzione di un nuovo leader politico che ha alle spalle uno strumento formidabile qual è la gestione di Report. Entrambi, Lavitola e Ranucci coinvolgono per il sondaggio Paolo Mieli e Stefano Cappellini, incuriositi e interessati sia dalla originalità di quella strana coppia.

Ma le cose non si fermano qui perché dopo che Lavitola viene costretto a confermare di essere il mandante di un attentato amico, la gip Iole Moricca, Magistrata messa in campo a suo tempo in posizione rilevante dal grillino Bonafede allora ministro di Giustizia, in un governo Conte, malgrado al sua confessione, non lo ha spostato agli arresti domiciliari per una ragione messa in evidenza nelle 50 pagine della sua ordinanza: per avere una qualche possibilità di uscire da Rebibbia, Lavitola deve spiegare in modo inequivocabile che Ranucci non c’entra nulla ne’ nella ideazione ne’ tantomeno nella realizzazione del botto amichevole. Dopo qualche giorno di incertezza (vedi il no comment dell’avvocato Cola) Lavitola ha mostrato di aver capito il messaggio e ha ripetutamente proclamato la sua colpevolezza e la totale estraneità di Ranucci ad un attentato peraltro organizzato a buon fine da un amico. Infine, la minaccia, quasi un ricatto di incendiare la prateria rendendo note le chat in suo possesso, non ha certo rafforzato la sua posizione ma anzi ha accentuato questa perdita di autorevolezza e di credibilità.