Report non è Sigfrido Ranucci. È un format Rai nato molti anni fa sotto il nome di Professione Reporter. Roberto Quagliano, autore, regista e fondatore della Kamel Film ricostruisce la nascita del programma: dall’intuizione del videogiornalismo al sodalizio, poi interrotto, con Milena Gabanelli.

Come è nata l’idea di Professione Reporter?
«Nacque nel 1990, lavoravo già da anni con Milena Gabanelli. Avevamo realizzato per Mixer reportage dalla Cina, dal Vietnam, dalla Cambogia, dal Sud Pacifico, dal Sudafrica. Quando Minoli comunicò che la Rai non poteva più sostenere i costi coinvolti in quei reportage, capii che serviva un metodo più agile. Alla fiera MIPCOM di Cannes conobbi le nuove telecamere Hi8: piccole, leggere, economiche. Pensai di affidarle a giornalisti della carta stampata e delle radio, formando un’unica figura capace di scrivere, filmare, intervistare e montare».

Chi furono i primi videogiornalisti?
«Coinvolsi già dal ‘90 Paolo Barnard, Amedeo Ricucci e Piero Giansanti. La Sony ci fornì una Hi8 prima della commercializzazione e cominciammo a sperimentarla nei reportage. Non era soltanto un modo per risparmiare: la telecamera leggera diventava parte del corpo del giornalista, ne registrava il movimento, il respiro e l’emozione. Cambiava il linguaggio televisivo».

Perché il viaggio in Somalia del 1993 fu decisivo?
«Nel ‘93 in Somalia realizzai un reportage per Mixer e per lo Stato Maggiore dell’Esercito sull’operazione dell’ ONU ‘Restore Hope’. Con me c’era l’operatore americano Ken Cahoon, al quale nelle notti in tenda al di fuori del compound italiano avevo raccontato la mia idea di videogiornalismo. Sul C-130 che ci riportava in Italia mi mostrò un articolo di USA Today: l’ex producer della Cbs Michael Rosenblum stava facendo negli Stati Uniti la stessa cosa che io avevo già impostato e proposto nel nostro Paese da tre anni. Entrammo così in contatto con lui e in una delle prime serie di Professione Reporter dedicai un servizio alla Rete ‘New York One’, che lui aveva formato e che era la prima a utilizzare il videogiornalismo negli USA».

Come nacque il programma Rai?
«Nel ‘90 avevo già parlato del videogiornalismo con Milena ma lei non ne era convinta. Quando tre anni dopo tornai dalla Somalia le mostrai quell’articolo e anche lei sposò il progetto. Propose un corso di videogiornalismo all’Ifg di Bologna, tenuto da entrambi. Io intanto avevo già formato una redazione che arrivò a una ventina di professionisti, tra i quali anche Sabrina Giannini. Presentai ad Aldo Bruno, vice di Giovanni Minoli, l’idea di una trasmissione in cui in ogni puntata c’erano cinque servizi di dieci minuti l’uno realizzati dalla Kamel Film. La proposta fu accettata: nacque Effetto Video 8, poi diventato Professione Reporter e successivamente Report».

Quale fu il ruolo di Gabanelli?
«Proposi ad Aldo Bruno che i servizi fossero introdotti da qualcuno in studio a Roma e gli feci il nome della Gabanelli con cui collaboravo da oltre dieci anni. Nelle prime tre edizioni la selezione e la preparazione dei servizi erano fatte dalla nostra redazione di Bologna. Dal 1996 mi fu tolta ingiustamente la produzione diretta perchè stavo facendo una serie per Italia 1 con la stessa tecnica del videogiornalismo e così il programma passò interamente nelle mani di Gabanelli e prese una direzione diversa. Da allora l’ho seguito pochissimo. Nel 2006 realizzai soltanto un servizio sulla pericolosità dei Suv».

In che cosa la sua idea differiva dal Report successivo?
«Il mio approccio era informativo e narrativo allo stesso tempo. Quando il giornalista parte da una tesi, rischia di eliminare tutto ciò che non serve a dimostrarla. Io volevo conservare il contesto, le contraddizioni e gli elementi espressivi della realtà nel suo complesso. L’informazione strettamente denotativa che non offre gli aspetti connotativi narrativi della stessa, e quindi della realtà che descrive, rischia di lasciare lo spettatore inerme: vede un realtà drammatica e rimane frustrato dal fatto che non può incidere su di essa. Gli aspetti connotativi e di racconto coinvolgono il suo livello emotivo e in quel modo le informazioni rimangono più radicate nella sua testa e in qualche modo le rifiuta meno. Si sente partecipe, è meno passivo rispetto a quelle stesse informazioni».