Nella memoria condivisa dei russi, il 9 maggio rappresenta una di quelle date il cui simbolismo e pathos traspirano dai calendari, quasi al pari del Natale e della Pasqua ortodossa. Da ottant’anni a questa parte, si celebra la vittoria della “Grande guerra patriottica” e la caduta del nazismo, annunciata dal governo sovietico la mattina del 9 maggio 1945 dopo la capitolazione tedesca. È anche detto “Giorno della Vittoria”, e da quando Vladimir Putin è al Cremlino è divenuta la principale ricorrenza popolare russa, con una connotazione fortemente nazionalista e muscolare. Da qualche anno, le vittorie da celebrare a Mosca sono sempre più esigue, al pari delle paranoie del suo uomo forte. Oggi, più di sempre, la grandeur della Piazza Rossa è offuscata da timori, crepe e debolezze penetrate ormai sempre più vicino al cuore del regime.

Ricapitolando. Qualche giorno fa il Cremlino ha annunciato una tregua unilaterale del conflitto ucraino per i giorni dell’8 e 9 maggio, strumentale allo svolgimento sicuro della Parata. Kyiv ha risposto con una contro-proposta di tregua, prevista nelle giornate del 5 e 6 maggio, stabilendo una condizione di reciprocità e simmetria nel comportamento in caso di violazione. La tregua è stata puntualmente violata dall’esercito russo, con un’ondata di attacchi missilistici, aerei, droni d’attacco e assalti militari a più di 140 postazioni in prima linea. Confermata la violazione del cessate il fuoco, l’Ucraina ha “risposto con la stessa moneta”, come dichiarato dal presidente Zelensky.

L’ansia di sospendere le ostilità il 9 maggio, per poi riprenderle puntualmente a parata terminata, non è però solamente dettata da motivi propagandistici e dalla consolidata “architettura vittimistica” del Cremlino. Da qualche mese, “i russi non percepiscono più Putin come il loro protettore unico e supremo”, parole di Alexander Baunov, ricercatore senior presso il Carnegie Russia Eurasia Center, e nell’entourage presidenziale cresce ogni giorno di più il timore di vedersi ritorto contro il mito del “culto della vittoria” oculatamente costruito in 26 anni di potere. La verità è che oggi la Russia non può garantire la sicurezza neanche del centro nevralgico del Paese, la Piazza Rossa. Le affinate skills belliche ucraine hanno permesso una pressione crescente contro le infrastrutture strategiche del Paese, estendendo il raggio d’azione di Kyiv fino a 1.600 chilometri dal confine. Questo significa che circa il 70% dei russi si trova potenzialmente in pericolo, turbata dall’incapacità di difendersi dimostrata dai propri vertici. Ad avere paura delle offensive è anche Putin, che ormai compare pochissimo in pubblico, e non a caso quest’anno sembra quasi costretto a celebrare pubblicamente in tono minore una ricorrenza che preferirebbe trascorrere nell’ombra.

L’inedita assenza di mezzi militari – poco è rimasto da mostrare ed esaltare – e la sparuta delegazione internazionale di capi di governo presenti (più fantocci che altro) sono il riflesso della crisi di un regime che ha sempre fatto dell’orgoglio e della percezione di potenza la sua forza. E che oggi non riesce neanche a garantire la protezione delle delegazioni ospitate, elemosinando garanzie all’Ucraina. Mentre la Russia vive il suo V-Day più buio, la grande famiglia europea (comprendente le nazioni-sorelle Ucraina e Georgia) celebra, senza paura, la Festa dell’Europa, a 76 anni dalla dichiarazione Schuman. Ennesimo mattoncino di un nuovo mondo, orgogliosamente sempre più lontano dal terrore di una sfera d’influenza ormai in frantumi.

Filippo Rigonat

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