L'opinione
Caso Roggero, andare in carcere a 71 anni: un ragionamento tra equità e giustizia
Da giorni si registrano pareri ed espressioni di idee contrastanti relativamente alla condanna del gioielliere Roggero. E come purtroppo accade sempre più spesso il Paese si divide in fazioni in cui si alterna la contrapposizione polemica tra chi intona il mantra dell’innocentismo e chi ventilando spettri e pericoli non vuole offrire sconti e mitigazioni nell’applicazione della pena. Ed in questo dibattito che assume purtroppo il sapore amaro di uno scontro politico ed ideologico inaccettabile si consuma il dilemma che le posizioni possano essere dettate non da un convincimento effettivo, ma dal desiderio di ottenere un dividendo più favorevole nel supermercato del consenso.
In un tale contesto appare doverosa una riflessione rispetto al diritto che trova applicazione in una vicenda umana estremamente particolare. Una vicenda in cui l’omicida è un normale cittadino dedito al lavoro che mai avrebbe ipotizzato di trovarsi in una condizione di reattività determinata da un’aggressione vile e violenta. Un’aggressione sequela di altri atti dello stesso tipo e consumata anche nei confronti delle persone più care. I fatti per rendere onore alla verità ed alla onestà intellettuale andrebbero rivalutati immedesimandosi nell’animus di chi li vive e percependo le paure e lo stress che hanno acceso la miccia della reazione.
Il diritto in fondo non può divenire la espressione di un sentimento di vendetta ma deve farsi carico di valutare adeguatamente lo stato d’animo di chi agisce, soprattutto in un sistema in cui la pena non ha valore retributivo ma risocializzante. Se tanto è l’interrogativo da porsi dovrebbe essere il seguente: “Quale è il senso di una pena nei confronti di un uomo di 71 anni che ha reagito ad una ingiusta azione violenta perpetrata anche nei confronti dei suoi familiari? E se pur volessimo considerare non adeguata la reazione concretizzatasi con l’inseguimento nei confronti degli aggressori resterebbe aperto un altro quesito: ”Nel momento dello sparo possiamo escludere che il Roggero fosse in uno stato di alterazione psichica e si sentisse ancora in pericolo e minacciato?”.
Questi quesiti ci fanno comprendere quanto sia difficile valutare un fatto ed emettere una sentenza che ha il dovere di essere soprattutto giusta e rispettosa delle norme. Tante potevano essere le soluzioni, si sarebbe potuto, infatti, propendere per l’eccesso colposo nella legittima difesa e quindi addivenire ad una ricostruzione favorevole al Roggero e che gli avrebbe consentito di non entrare nelle patrie galere. Allo stesso modo si poteva addivenire, come è avvenuto, anche ad una sentenza di condanna in ragione della sproporzione tra la reazione e l’entità della violenza subita.
Sono questi i casi in cui più che lasciarsi andare a reazioni istintive ed estemporanee bisognerebbe riflettere ed affidare al Presidente della Repubblica, nel rispetto del suo ruolo istituzionale, la possibilità di intervenire con la sensibilità assegnatagli dalle leggi, poste a base del nostro ordinamento, attraverso la possibilità della concessione della grazia. È in questi momenti che una classe dirigente non interviene dando voce alla pancia del Paese, ma, a costo di essere impopolare, decide di affrontare temi così delicati cercando di fare ciò che è giusto e non ciò che appare opportuno.
In questo senso interessante ed estremamente condivisibile appare la posizione del Presidente del Consiglio nella misura in cui pone interrogativi garbati ed arguti relativamente alla individuazione di una norma che preveda il mancato riconoscimento del danno nei confronti di chi macchiandosi di un reato è poi rimasto vittima dello stesso. A contrario non è per nulla accettabile la ipotesi di una rivisitazione dell’istituto della legittima difesa nel momento in cui viene cancellato un principio irrinunciabile del nostro ordinamento posto a base del vivere civile quale la proporzionalità della reazione rispetto all’offesa ricevuta.
Una tale impostazione, infatti, farebbe arretrare il livello di civiltà del nostro ordinamento e sembrerebbe far riecheggiare l’epoca in cui vigeva la legge del taglione. Stiamo attenti nella foga di dare risposte ed offrire soluzioni ad evitare di gettare insieme all’acqua sporca anche il bambino presente nella tinozza. Ricordando che nel mito della caverna l’uomo poteva commettere errori in quanto portatore di una visione limitata della realtà, mentre oggi depositario di una conoscenza millenaria non avrebbe giustificazioni se decidesse di voltare le spalle per risistemarsi nel buio di una spelonca!
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