Meno strumentalizzazioni, più empatia
Caso Roggero, in Italia un gioielliere non ha l’ora d’aria
In un’intervista al Corriere della Sera di domenica sul caso del gioielliere Roggero, la Presidente del Consiglio Meloni si chiede chi sia “in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo”. Si domanda inoltre se sia davvero possibile stabilire con precisione, con l’orologio o il codice alla mano, il momento esatto in cui una minaccia può dirsi cessata.
Ho aspettato a scrivere questo pezzo fino a quando ne ho potuto parlare con mio padre, gioielliere da ormai mezzo secolo nell’hinterland di una grande città italiana. E ho aspettato perché questa è una vicenda che richiede meno strumentalizzazioni e più empatia, in qualunque modo la si declini: se verso le vittime o i carnefici, chiunque essi siano in questa vicenda.
Nella vita ho scelto di fare altro; e ho potuto fare altro anche grazie a mio padre che per una vita ha lavorato in quei 20 metri quadrati: doppia porta blindata, vetri antiproiettili, allarmi, inferriate, sensori. Di fatto, un recluso, con qualche giorno di libera uscita per le ferie in agosto.
Ho scelto di fare altro anche a causa del costante stato di allerta di cui si domanda Meloni, e che ha pesantemente condizionato gli anni della mia infanzia e giovinezza. Sono cresciuto negli anni ottanta, in cui la criminalità locale impazzava a due passi dal negozio. Mio padre per esempio temeva, correttamente, che uno di noi potesse essere rapito e in un paio di circostanze ci andammo molto vicini. Decine di altre volte, mio padre avrebbe guidato verso casa con gli occhi puntati sullo specchietto retrovisore, cambiando ogni volta strada del ritorno, fermandosi per qualche minuto nelle stazioni di servizio, temendo di essere pedinato.
In casa avevamo un baracchino radio collegato con l’allarme del negozio e la polizia. Quante volte nel cuore della notte quel baracchino ha gracchiato al massimo volume per segnalare intrusi. Un rumore stridente, inquietante e assordante che ricorderò finché campo.
Nel 98% dei casi, falsi allarmi: il vento, un tuono, un topolino nell’intercapedine. Eppure ci si svegliava di soprassalto, ci si rivestiva col cuore in gola e ci si precipitava verso la gioielleria per incontrare il proprio fato. Arrivata la polizia, si apriva, si controllava, si richiudeva, tutto a posto. Si ringraziavano gli agenti e si prometteva loro un caffè la mattina dopo; si tornava a casa a dormire. O meglio, io e mia madre tornavamo. La maggior parte delle volte mio padre decideva comunque di rimanere a dormire in negozio, dove aveva allestito una sedia sdraio per questo scopo.
Il rimanente 2%? Una volta il buco lo fecero davvero. Trovammo un foro di mezzo metro e gli attrezzi lasciati in terra; l’allarme li aveva messi in fuga. Sembrava una scena de Le ali della libertà o Fuga da Alcatraz, ma in senso inverso: per entrare e non per scappare. Non credo mio padre colse l’ironia.
Una seconda volta, non andò altrettanto bene: una rapina con dinamica quasi identica a quella recentemente tornata alla cronaca a Grinzane Cavour. Vennero in due, travestiti in qualche uniforme, pistole (giocattolo) puntate alla tempia di una cliente e di mio padre. Svaligiarono il negozio e scapparono.
Era una domenica prima di Natale, e ancora adolescente, arrivai sulla scena casualmente solo pochi minuti dopo. Non saprei descrivere esattamente come trovai mio padre. Terrore, certo, ma più che altro una specie di sconcerto, che col tempo divenne rabbia e frustrazione. Anche lui aveva la pistola, regolarmente denunciata. Custodita dentro un panno in fondo ad un cassetto. Per anni si ripeté la scena in loop nella testa, svegliandosi d’improvviso la notte, rammaricandosi di non aver estratto l’arma, per poi aggiungere, sempre: “ma se l’avessi fatto mi sarei rovinato”.
Nella vita faccio altro e giro il mondo. In Nord Europa, per esempio, dove le gioiellerie tengono le porte spalancate. L’ho sempre notato perché possono far circolare l’aria. Mio padre, per mezzo secolo, non ha mai potuto farlo. Neanche un’ora d’aria.
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