Dichiarano il "No" al referendum ma voteranno "Si"
Referendum, quanti vorrei ma non posso nel Pd: meglio restare fedeli a Schlein per avere un posto in lista nel 2027
L’importante è non dare nell’occhio, un po’ come il camaleonte, maestro indiscusso di mimetismo. È la vita agra dei riformisti che non vogliono complicazioni: dichiarano il loro No al referendum per non incorrere nelle sanzioni del Nazareno, voteranno Sì nella solitudine della cabina elettorale. Il revival di un celebre slogan della Democrazia Cristiana nel 1948: nel segreto dell’urna ti vede solo Dio. D’altra parte, l’incrocio è pericoloso: domenica e lunedì il referendum; esattamente tra un anno, nella primavera del ‘27, il voto alle politiche. Morale: un passo falso ora può costare salatissimo quando Elly Schlein dovrà compilare la lista degli “imbarcati”. Ergo: non facciamo sciocchezze.
Così il mimetismo a sinistra è diventato una sorta di ultimo rifugio, in Parlamento come in periferia, riguarda deputati e senatori, come consiglieri regionali e amministratori locali. Quelli che dicono No e pensano Sì: il purgatorio di chi “Adda passà ‘a nuttata”. Sono i “sopravvissuti”, una parte importante del Pd che si è dovuta adeguare ai dogmi della “nuova arrivata”, disconoscendo ciò che fino al giorno prima faceva parte del programma del partito. È già successo molte altre volte: sulla politica internazionale, sull’antisemitismo, sul Jobs Act. C’è una specie di linea gotica: da una parte c’è il Pd fino all’anno di grazia 2023, poi finalmente “siamo arrivati noi”.
Per completezza di informazione, c’è anche una sotto categoria: quelli che sarebbero favorevoli alla separazione delle carriere “ma però poi l’ha fatta Giorgia Meloni”. E quindi: come faccio a votarla? È la moda che ha lanciato diverse settimane fa il guru Goffredo Bettini. Una lunga elaborazione perché per mesi il padre nobile del Pd, l’uomo che sussurrava a Walter Veltroni, ha ricordato di “essere sempre stato un garantista”. Una vocazione ereditata dal padre Vittorio “che fu un grande penalista sodale di Ugo La Malfa”. Per dire che, fino a quando è stato possibile, Bettini è stato ultra favorevole alla separazione delle carriere dei giudici. Un sostegno appassionato esposto in interviste, e confidenze che puntualmente finivano nei pastoni dei quotidiani.
Giugno 2025 lettera al Foglio: “Non si tratta di fare la guerra ai magistrati, come troppo spesso avviene nella polemica pubblica. Ma di rimettere al centro il principio di equilibrio”. E poi la chiosa indubitabile: “È la grande lezione del liberalismo di sinistra”. Firmato da Goffredo Bettini, quello di una volta. Poi la svolta, le numerosissime defezioni di chi ha scelto a viso aperto il Sì, e una mano sulla “coscienza”: cambio idea, voto No, fermiamo questa destra autoritaria che vuole mettere sotto i magistrati. Ovvero tanti saluti al liberalismo di sinistra, non è più il tempo. In pratica, la linea di Elly Schlein, che si trasforma in sacra scrittura: vietato dissentire. Altro che pluralismo, l’ordine del Nazareno diventa perentorio: quelli che appoggeranno il Sì qui non sono i benvenuti.
Parte poi un’esilarante caccia ai “traditori”, con un ribaltamento di ruoli degno della commedia all’italiana: i “reprobi” sono quelli che non hanno cambiato idea. Erano favorevoli alla riforma della giustizia, prima e dopo: insomma, un’insistenza “sospetta”. L’accusa invece resta sempre la stessa da decenni: siete cavalli di Troia al soldo del nemico. Ad essere scrupolosi, infine, c’è un’altra riserva indiana, quella di qualche alleato minore, che lancia messaggi amorosi al Pd: siamo “garantisti” del No. Un bacio Perugina: quando sarà, nelle liste ricordatevi di noi. In pratica, il Porta Portese del referendum.
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