Lunedì scorso, nel presentare il consueto Data Room nel tg de La7, Milena Gabanelli si è avventurata nella spiegazione delle ragioni degli schieramenti in campo. Gabanelli è una giornalista troppo brava per farsi cogliere in fragrante parzialità; ma un orecchio attento riusciva a capire da che parte batteva il suo cuore.

Un solo passaggio l’ha vista in fallo: quando ha dato una lettura critica del quesito referendario contenente il rimando ad articoli e commi indicati nella loro numerazione, sostanzialmente incomprensibile per un elettore medio. Gabanelli però si è dimenticata di aggiungere che a quella formulazione si era arrivati, sostituendo quella precedente, a seguito di un ricorso, accolto dalla Cassazione, su iniziativa del Comitato del No, che salutò quella decisione come una prima importante vittoria nella speranza di costringere il governo a spostare la data della consultazione. In verità, il No coltivava un obiettivo più raffinato che sarebbe emerso poco dopo: mostrare agli elettori che la Costituzione più bella del mondo veniva stuprata in ben sette articoli allo scopo di sottomettere la magistratura al tallone dell’esecutivo, come prima fase di un piano diabolico che si sarebbe concluso con l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

In verità, gli articoli che hanno avuto delle modifiche importanti sono solo due: gli altri sono interessati dai ritocchi di coordinamento legislativo. Tuttavia, anche prendendo per corretto il numero di sette, la maggioranza di centrodestra si è dimostrata parca e modesta. Nel 2000, al passaggio del secolo, il governo di centrosinistra riscrisse un intero Titolo (il V), salvo pentirsene poco tempo dopo, fino a promuovere un’altra riforma (la legge Renzi-Boschi) per correggere l’operazione di 15 anni prima. Quanto al numero degli articoli violati, il governo del “giovane caudillo” non si fece mancare nulla, modificando e riscrivendo ben 48 articoli e superando quel bicameralismo perfetto voluto dai Padri costituenti (a prescindere dal merito, non si trattava di un cambiamento da poco).

In proposito, va ricordato che l’articolo 55 nel suo primo comma nel testo del 1948 consisteva di 13 parole, comprese le congiunzioni e gli articoli; il nuovo testo ne aveva più di 400, una stesura inammissibile in un articolo della legge fondamentale di uno Stato che non sia una Repubblica delle banane. In queste due riforme costituzionali (la prima superò il referendum confermativo, la seconda no e la sconfitta provocò la scissione di Articolo 1), le maggioranze di allora (di centrosinistra) alla fin dei conti vararono, senza alcun rimorso, in assoluta autosufficienza quelle importanti modifiche. Certo, le opposizioni avrebbero potuto essere più collaborative, ma lo furono, fino ad un certo punto, molto di più dei gruppi del campo largo rispetto alla riforma Nordio, che hanno agito come marionette dell’Anm.

Questi passaggi vanno ricordati perché oggi vi sono troppe anime belle che dichiarano di votare No adducendo il pretesto che le riforme si fanno insieme. La sinistra ha un grande vantaggio in politica: la possibilità di disporre a comando di amnesie quando occorrono e quindi di essere sempre nata ieri, con nuovi gruppi dirigenti che sconfessano quelli precedenti (vedi il caso Jobs Act). Ma c’è un ultimo aspetto che merita di essere ricordato: anche l’amputazione di pezzi della Camera e del Senato, in un clima acceso di antipolitica, fu varato, con motivazioni offensive, da una maggioranza che non si diede cura di coinvolgere le opposizioni, le quali, tuttavia, al momento del referendum confermativo si allinearono al populismo trionfante, perché la madre degli opportunisti è sempre incinta in ambedue gli schieramenti. Tanto che nessuno denuncia le difficoltà recate al lavoro parlamentare da questa amputazione, che costringe i deputati e i senatori a passare da una Commissione all’altra al solo scopo di votare.