L’informazione sta perdendo sé stessa, in particolare quella italiana
Dalla propaganda dei social ai titoli dei giornali, come Gaza è diventata il terreno chiave per il collasso delle notizie di qualità
Per decenni il rapporto tra media tradizionali e opinione pubblica è stato relativamente chiaro: i giornali verificavano, la televisione selezionava, i social — prima che esplodessero — semmai commentavano. Oggi il meccanismo si è rovesciato. Non sono più i social a inseguire i media, ma troppo spesso i media a inseguire i social. E quando il tema è Israele, il risultato è devastante: fake news, narrazioni manipolate, linguaggio emotivo e abbandono quasi totale dei criteri fondamentali del giornalismo di qualità. Il Medio Oriente e, soprattutto Gaza dopo 7 ottobre 2023, è diventato il terreno chiave per il collasso della informazione di qualità.
Il circolo virtuoso della informazione che diventa vizioso in tutto il mondo occidentale
Fino alla esplosione dei social 25 anni fa, funzionava un “circolo virtuoso” dell’informazione. Un quotidiano di qualità come il Washington Post, un settimanale eccellente come l’Economist, una TV pubblica come la BBC (si vantava che i sondaggi dicevano che chi pagava il suo canone lo faceva volentieri ed avrebbe anche accettato aumenti), questi media eccellenti “istruivano” i loro lettori che a loro volta pagavano profumatamente i loro servizi, permettendo di assumere giornalisti e producers eccellenti che facevano sempre più qualità, più audience. Il New York Times negli anni Novanta aveva oltre 1.200 giornalisti in redazione. Il Guardian poteva permettersi uffici in tre continenti. La RAI aveva corrispondenti in ogni capitale del mondo. Il Corriere della Sera vendeva 700.000 copie al giorno. Non erano perfetti — anche allora esistevano faziosità, pressioni degli editori, distorsioni politiche — ma c’era una base economica sufficientemente solida da sostenere un giornalismo con risorse reali. E soprattutto c’era un contratto implicito con il lettore: paghi perché l’informazione che ricevi vale il tuo denaro.
In un mio saggio, ho definito questo processo il “circolo virtuoso” dell ‘informazione. Ebbene oggi, questo circolo virtuoso e il modello economico che ne conseguiva, si sono spezzati e non ci sono più e la causa è la rivoluzione nei media nel nuovo secolo. Per colpa (o merito) di alcuni innovatori che hanno cominciato a offrirli gratuitamente, sono spariti gli annunci classificati (lavoro, immobili, auto usate) che rappresentavano il 40 % del fatturato di molti giornali locali, che sono così spariti in pochi anni migliaia. Poi sono arrivati Facebook/Meta e Google che si sono presi 50 % del business della pubblicità. Infine è arrivata la gratuità come elemento culturale: i giornali hanno iniziato a mettere i contenuti online gratuiti, spezzando il contenuto psicologico del contratto alla base del circolo virtuoso tra media e lettore /audience perché questi ultimi smettono di pagare per l’informazione di qualità. Una trappola da cui solo pochissimi editori, quelli con grandi brand globali e nazionali sono riusciti a uscire e comunque con i conti devastati
Il risultato è oggi un circolo vizioso che funziona esattamente all’opposto di quello virtuoso che aveva reso grande il giornalismo del Novecento. La perdita di ricavi ha imposto tagli alle redazioni. I tagli hanno colpito innanzitutto le figure più costose: i corrispondenti esteri permanenti, i giornalisti investigativi senior, i fact-checker, i redattori esperti. Con meno risorse umane e meno tempo, le redazioni rimaste hanno dovuto produrre più contenuti in meno tempo. La velocità ha sostituito la verifica. Il numero di articoli pubblicati al giorno è aumentato esponenzialmente, ma la qualità media di ciascuno è precipitata.
Per compensare la perdita di pubblicità tradizionale, le testate si sono messe a inseguire il traffico online a tutti i costi. E il traffico online si genera con ciò che l’algoritmo premia: contenuti emotivi, polarizzanti, semplificati, che generano click e condivisioni. Non necessariamente contenuti veri o utili. Solo quelli che attirano l’attenzione della persona. Gli algoritmi sono disegnati con unico fine: massimizzare la loro capacità di cattura della nostra attenzione o, come si dice nel settore, di engagement. Quando, per esempio, un utente cerca una notizia sulla cronaca, l’algoritmo adatta le sue proposte a ciò che attira l’utilizzatore, misurando la capacità di tenerlo incollato allo schermo. In questo modo aumenta il tempo di utilizzo, migliora la profilazione dell’utente (ovvero ciò che il social sa di noi) e crescono i ricavi pubblicitari. È nata quella che, nel mio ultimo saggio, ho chiamato l’economia dell’attenzione. Così i media tradizionali hanno cominciato a inseguire i social media, invece di distinguersi da essi. Invece di offrire ciò che i social non possono offrire — verifica, contesto, analisi, indipendenza — molte testate hanno cominciato a replicarne la logica emotiva e reattiva. Il risultato è stato la perdita della ragione principale per cui valesse la pena pagare per leggerle. Con meno lettori paganti e meno credibilità, le risorse calano ulteriormente, i giornalisti migliori se ne vanno o vengono licenziati, la qualità scende ancora, e il circolo vizioso continua.
L’Italia: alunno speciale che ha sempre peccato di preparazione
L’editoria italiana è entrata nel secolo della rivoluzione internet dei media, già debole e vulnerabile con un circolo virtuoso che era tale solo in poche rare occasioni. L’editoria italiana non ha mai veramente vissuto sul mercato, da un lato i sussidi pubblici alla editoria che esistono dagli anni 80. Dall’altro il capitalismo familista (industriale non editoriale) che controllava testate e televisioni. Lo fa tutt’ora (per esempio il Sole 24 ore è ancora di proprietà di Confindustria e Leonardo del Vecchio junior ha appena acquistato l’80% di Editoriale Nazionale con la quale controlla il Giorno, la Nazione, il Resto del Carlino). Quando si pensa ai conflitti di interesse tra informazione e politica viene naturale pensare a quelli di Silvio Berlusconi, ma la politica ha da sempre avuto un ruolo chiave: Aldo Moro scrisse in prigionia che la stampa era troppo frammentata in 25 giornali e difficile da controllare, meglio concentrarla in 4/5 più facili da condizionare. Questo pensiero è talmente accettato dalla società italiana che da decenni nessuno si stupisce per il teatrino delle nomine RAI a ogni cambio di governo. Tutto questo ha falsato la qualità del giornalista: non ha sempre dovuto necessariamente dare l’informazione di qualità per fare funzionare il circolo virtuoso, ma tenere contenti chi pagava i conti, che si trattasse dei politici e degli imprenditori del passato e del presente.
C’è però un elemento che manca quasi sempre nell’analisi della crisi del giornalismo italiano, e che invece è forse il più importante per comprendere l’entità del problema: il ruolo della scuola. Come ho raccontato in un mio saggio sulla scuola, il pensiero critico non è una dote naturale. Si insegna. Nei paesi nordici, in Gran Bretagna, in Asia, esiste una tradizione scolastica consolidata di analisi delle fonti, di dibattito strutturato, di esposizione a posizioni contrastanti fin dalle elementari. Si insegna esplicitamente a fare le domande fondamentali davanti a ogni informazione: chi ha scritto questo? Per quale scopo? Quali sono le fonti citate? Esistono versioni alternative? Come posso verificarlo? In Italia la scuola forma prevalentemente alla memorizzazione e alla riproduzione del sapere ricevuto, non alla sua valutazione critica. Lo studente italiano mediamente impara a ripetere, non a interrogare. Impara le risposte, non le domande. Impara a fidarsi dell’autorità del testo, non a metterla alla prova. Il risultato è che quando quel giovane studente diventa adulto e consumatore di informazione, non ha la capacità di distinguere una fonte verificata da una narrativa costruita, un’analisi indipendente da un comunicato lobbistico, un fatto da un’opinione presentata come fatto. Ed è quindi più vulnerabile esattamente al meccanismo che alimenta il circolo vizioso: la narrativa emotiva e semplice dei social batte la complessità verificata del buon giornalismo perché non ha gli strumenti per valutarle entrambe.
Nelle classifiche OCSE di media literacy — la capacità di valutare criticamente le informazioni — l’Italia è sistematicamente nelle ultime posizioni tra i paesi sviluppati. Finlandia, Svezia ed Estonia sono ai primi posti: e guarda caso sono anche i paesi con la maggiore resistenza documentata alla disinformazione online, i paesi dove i media di qualità tengono meglio, i paesi dove il modello degli abbonamenti funziona di più. Non è una coincidenza. La connessione tra qualità del sistema scolastico — intesa come formazione al pensiero critico, non come mera quantità di nozioni trasmesse — e resilienza del sistema informativo è diretta. Una popolazione che non sa valutare le fonti non sa riconoscere la qualità dell’informazione. Una popolazione che non riconosce la qualità non la paga. Un sistema che non viene pagato per la qualità non produce qualità. E il circolo si chiude.
La rivoluzione digitale colpisce un malato già debole
Quando la rivoluzione digitale — internet, poi i social media, poi gli smartphone — colpisce il sistema dell’informazione occidentale, trova in Italia un paziente già debilitato da queste quattro fragilità strutturali: sussidi che hanno corrotto gli incentivi di mercato, proprietà conflittuali che hanno compromesso l’indipendenza, un pubblico abituato a ricevere informazione gratuitamente dalla TV, e un tasso di analfabetismo funzionale tra i più alti dell’Occidente. In paesi come Germania, Regno Unito o Svezia, la rivoluzione digitale colpisce sistemi che hanno anticorpi più robusti. Il Guardian riesce a costruire un modello di finanziamento dai lettori perché ha un pubblico che sa valutare la qualità e ha la tradizione di sostenerla. The Economist mantiene gli abbonati perché offre qualcosa che nessun social può offrire — analisi profonda, indipendente, internazionale — a un pubblico capace di riconoscerlo. Der Spiegel sopravvive perché in Germania c’è un bacino di lettori con alta literacy, abituati a pagare per l’informazione e culturalmente orientati a distinguere tra fonti.
In Italia nessuno di questi anticorpi è sufficientemente sviluppato. Il risultato è che ogni elemento del circolo vizioso — perdita di ricavi, tagli alle redazioni, inseguimento dei social, calo della qualità, perdita di credibilità, ulteriore perdita di ricavi — si amplifica più che altrove. Le redazioni italiane partivano già con meno risorse: i tagli le portano a livelli critici. I giornalisti italiani partivano già con meno autonomia: la pressione del traffico online li rende ancora più dipendenti da logiche esterne. Il pubblico italiano partiva già con meno strumenti critici: i social lo rendono ancora più vulnerabile alle narrative costruite.
Un indicatore sintetico: secondo i dati Reuters Institute, la fiducia nei media italiani è tra le più basse in Europa. Ma la risposta degli italiani a questa sfiducia non è cercare fonti migliori: è la disillusione generalizzata. Si smette di credere ai giornali, ma non si sa a chi credere. Si diventa più permeabili alle narrative dei social, non meno. La sfiducia, paradossalmente, aumenta la vulnerabilità invece di ridurla.
Il Medio Oriente: terreno perfetto per il collasso
Se volessimo progettare in laboratorio la storia ideale per smascherare tutte le debolezze di un sistema informativo fragile, difficilmente potremmo fare di meglio del conflitto israelo-palestinese e della guerra di Gaza. È come se ogni elemento che rende un’informazione difficile, complessa e vulnerabile alla manipolazione fosse presente contemporaneamente, amplificato al massimo. E a Gaza i social sono diventati un vettore di propaganda professionale. Gaza è stato il primo conflitto di questa scala nell’era di TikTok. E TikTok ha dimostrato una capacità di amplificazione delle narrative pro-palestinesi senza precedenti. Non perché esista una cospirazione algoritmica, ma perché i contenuti emotivi — bambini feriti, famiglie sfollate, macerie — generano un engagement enormemente superiore a qualsiasi analisi contestuale.
Attori statali e parastatali medio-orientali hanno investito risorse significative per alimentare queste narrative. Fondi legati a Qatar, Iran e ai Fratelli Musulmani hanno finanziato importanti campagne sui social. Non si tratta di teoria del complotto: è una pratica documentata che riguarda tutti i conflitti moderni e tutti gli attori coinvolti. L’asimmetria sta nel fatto che i contenuti emotivi e semplici — che tendono a prevalere nelle narrative anti-israeliane — si prestano molto meglio alla viralizzazione rispetto ai contenuti che richiedono contesto e sfumatura.
Il caso dell’ospedale Al-Ahli è stato emblematico. Nel giro di pochi minuti, il 17 ottobre 2023, gran parte dei media occidentali titolò che Israele aveva bombardato un ospedale causando centinaia di morti. Molti giornali e televisioni usarono titoli assertivi, senza condizionale. Nei giorni successivi, analisi indipendenti condotte da Associated Press, New York Times e BBC, insieme alle valutazioni delle intelligence americana e britannica — nonché di organizzazioni strutturalmente critiche verso Israele — misero fortemente in dubbio quella versione, indicando con elevata probabilità il malfunzionamento di un razzo palestinese. La rettifica non ebbe neppure l’1% dell’impatto della notizia iniziale. La menzogna aveva già vinto. Da allora abbiamo assistito a una serie impressionante di fake news dei social riprese dai grandi media. La BBC chiese scusa per avere ingiustamente accusato l’IDF di prendere di mira personale medico di lingua araba all’interno dell’ospedale Al Shifa, mentre la realtà era che tra gli israeliani che aiutavano nell’ospedale ce ne erano alcuni che parlavano arabo. Ecc Ecc fino al recente articolo del NYT che ha denunciato stupri delle prigioniere palestinesi ad opera di cani. Con opposizioni da mille parti e in particolare da esperti cinofili.
Il problema supera Israele. Se il giornalismo rinuncia alla funzione di filtro razionale e diventa amplificatore emotivo, la società perde strumenti di comprensione collettiva. Cresce la politica della rabbia. Aumentano l’estremismo e l’odio. Il passaggio da «critica a Netanyahu» ad «antisionismo» — la negazione del diritto di Israele a esistere — e infine ad antisemitismo è oggi molto più rapido di quanto la storia ci abbia abituati a pensare.
Inevitabile che il collasso fosse più forte in Italia
L’ecosistema italiano dei media particolarmente debole è stato inevitabilmente vittima della propaganda dei social su Gaza in modo molto più severo dei media internazionali che, pur facendo anche loro errori, fanno il loro fact checking e hanno molta più meritocrazia nelle carriere dei giornalisti. Da noi, dal 7 ottobre 2023, si vede mancare proprio l ‘ABC del giornalismo indipendente. Come per esempio la qualità dei titoli di molti quotidiani. Da noi, spesso il titolista diventa strumento di propaganda. Sempre più spesso il titolo non descrive il contenuto dell’articolo, ma serve a produrre indignazione immediata nel lettore già predisposto. Qualche esempio ormai quotidiano: «Israele rompe la tregua bombardando il Libano» — poi nel testo si scopre che Hezbollah aveva lanciato missili poche ore prima. «Raid israeliano su civili in fuga» — e sotto si legge che nell’area operavano miliziani armati. «Massacro vicino agli aiuti umanitari» — e dopo dieci righe emerge che le dinamiche erano ancora incerte o contestate. Il titolo è diventato propaganda emotiva; il testo, spesso più sfumato, arriva troppo tardi. La maggioranza dei lettori si ferma al titolo, esattamente come sui social. Il buon titolista sintetizza, illumina e incuriosisce. Quello pessimo distorce, banalizza e urla. Sul caso della flottiglia: il pessimo scrive «Israele sequestra illegalmente la flottiglia della pace»; il mediocre «Bloccata la flottiglia per Gaza: polemiche sulla legalità»; quello bravo «Flottiglia fermata da Israele: il blocco navale è davvero illegale? Cosa diceva l’ONU».
Il titolo ha particolarmente impatto su un pubblico già pieno di pregiudizi. Legge un titolo in linea con il suo credo e evita di leggere tutto il pezzo perché lo conferma. I risultati del circolo vizioso italiano sono sotto gli occhi di tutti: secondo un sondaggio YouGov del marzo 2024, solo il 9% degli italiani giustifica le operazioni israeliane a Gaza successive al 7 ottobre, contro il 18% nel Regno Unito, il 25% in Francia e il 25% in Germania. È un dato che non riflette semplicemente opinioni — riflette una dieta informativa. Purtroppo, il pubblico italiano arriva al conflitto di Gaza con un pregiudizio strutturale che si è formato nel tempo. La sinistra italiana — che ha tradizionalmente la maggiore influenza nel mondo culturale e quindi indirettamente nei media — ha storicamente una posizione critica verso Israele che risale almeno agli anni Settanta, quando il terrorismo palestinese veniva letto in chiave anticoloniale da ampi settori della sinistra europea. Questa postura culturale preesistente rende molto più facile accettare le narrative pro-palestinesi senza sottoporle allo stesso scrutinio critico che si applicherebbe a narrative alternative. Non si tratta di sostenere che una posizione sia più corretta dell’altra. Si tratta di riconoscere che il pregiudizio preesistente abbassa la soglia critica: una notizia che conferma quello che già credi viene verificata meno di una notizia che lo contraddice. Questo vale per tutti, non solo per gli italiani e non solo sulla questione palestinese. Ma in Italia, con un sistema di formazione al pensiero critico particolarmente debole, questo meccanismo agisce con meno resistenza che altrove.
La debolezza strutturale di molti media italiani non permette fact checking, corrispondenti locali, tempo per chiedere opinioni di esperti e soprattutto di analizzare e ricordare il contesto in cui nasce la notizia –Cosa particolarmente difficile nel caso del conflitto israelo – palestinese, dove la complessità storica è irriducibile. Il conflitto ha radici che risalgono alla fine dell’Ottocento, attraversa due guerre mondiali, il colonialismo britannico, la Shoah, cinque guerre arabo-israeliane, decenni di occupazione, intifade, accordi di pace falliti, elezioni che portano al potere Hamas. Capirlo davvero richiede anni di studio. Raccontarlo in modo onesto richiede una competenza specifica che pochissime redazioni italiane possono permettersi. Un giornalista italiano medio mandato a coprire Gaza nel 2023 non aveva quasi mai studiato la storia della regione in modo approfondito. Non conosceva la geografia politica interna dei territori palestinesi, le differenze tra Hamas e Fatah, le dinamiche interne alla società israeliana, le complessità del diritto internazionale applicato ai conflitti armati. Copriva una storia enormemente complessa con gli strumenti di chi copre una storia normale. In assenza di reportage indipendenti verificabili, i media sono stati costretti a scegliere tra le versioni delle parti in conflitto. E la scelta di quale parte credere non è mai neutrale: è sempre politica, sempre influenzata da pregiudizi preesistenti, sempre vulnerabile alla manipolazione. E in questo caso è stata quasi sempre una fonte di Hamas anche se definita come “il ministero della salute” (senza citare che si tratta di Hamas). Non si tratta di sostenere che una posizione sia più corretta dell’altra. Si tratta di riconoscere che il pregiudizio preesistente abbassa la soglia critica: una notizia che conferma quello che già credi viene verificata meno di una notizia che lo contraddice. Questo vale per tutti, non solo per gli italiani e non solo sulla questione palestinese. Ma in Italia, con un sistema di formazione al pensiero critico particolarmente debole, questo meccanismo agisce con meno resistenza che altrove.
In questi giorni di maggio assistiamo alla ennesima flottiglia fermata in acque internazionali. Due talk show in parallelo mostravano politici scatenati sullo “scandaloso” arresto in acque internazionali, entrambi aizzati dalle conduttrici più scatenate di loro nelle loro critiche invece di applicare l’ABC del giornalismo di qualità: concedere il “diritto di replica”. Che in questo caso avrebbe dimostrato che un rapporto dell’ONU (tutto tranne un amico di Israele), il rapporto Palmer, aveva considerato l’intervento legale perché a bordo c’erano rappresentanti di Hamas La copertura è stata quasi unanimemente emotiva, semplificata e guidata dalla viralità social. Titoli costruiti sull’urgenza degli italiani fermati, sull’immagine potente delle barche in mare contro le navi militari. Un racconto con eroi e cattivi chiaramente identificati, senza spazio per la complessità. Oltre a non fornire il diritto di replica sulla presunta illegalità del blocco, la moderatrice non innescava mail l’informazione e il dibattito su domande chiave come: chi finanziava la missione e con quali obiettivi dichiarati? Alcune delle organizzazioni coinvolte avevano legami documentati con movimenti ideologicamente filoiraniani o dei fratelli musulmani, era essenziale raccontarlo. Perché non usare canali legittimi già attivi per l’invio di aiuti umanitari a Gaza? nessuno che faceva notare che la quantità di aiuti che la flottiglia poteva materialmente trasportare era simbolica rispetto ai bisogni reali di Gaza e che gli stessi organizzatori avevano dichiarato apertamente che l’obiettivo principale era mediatico — creare un’immagine, provocare una reazione, generare una narrativa. Esistevano canali legittimi già attivi per l’invio di aiuti umanitari a Gaza che la flottiglia non utilizzava. Infine, mentre impazzava la notizia del politico del governo israeliano che ignobilmente metteva in ginocchio gli attivisti (è il primo politico che fa o dice cose indegne per un po’ di voti?) nessuno ha descritto i profili anche violenti dei molti “attivisti” che poi in Spagna sono stati attaccati dalla polizia spagnola con episodi grande violenza, molto peggio di quanto avvenuto in Israele.
Nel caso della flottiglia il meccanismo del lavaggio informativo ha funzionato perfettamente. Una narrativa potente — eroi umanitari europei contro uno Stato militare — è partita dai social, è stata amplificata dagli algoritmi, è stata ripresa dai media tradizionali senza verifica adeguata, e si è trasformata in ‘fatto’ nella percezione di milioni di italiani. Chi ha provato a sollevare domande sulla natura e gli obiettivi reali della missione è stato facilmente marginalizzato come complice o apologeta. È tutto così nei media italiani? Per fortuna no. Ci sono quotidiani nazionali, in cui si leggono spesso voci di giornalisti autorevoli che cercano di educare i lettori alla realtà. Raramente si tratta di cronisti, più spesso di opinionisti che sanno che il proprio brand personale attrae lettori con spirito critico che non perdonerebbe fake news e parzialità. Come loro, esistono trasmissioni TV e quotidiani di nicchia che cercano di informare i propri utenti più sofisticati in modo corretto equilibrato, senza cadere nell’eccesso opposto di parzialità e superficialità, anche quando difendono le ragioni di Israele.
Due proposte, una realistica l’altra utopica
Come se ne esce? Non è facile, per questo ci vogliono soluzioni innovative e di grande portata. Una potrebbe cercare di fare della RAI il punto di partenza per bloccare il circolo vizioso della informazione italiana. Per scala, risorse e presenza territoriale è l’unico soggetto capace di fissare un benchmark per l’intero sistema informativo italiano — privato e carta stampata inclusi. Ma la governance attuale la rende impossibile: un Comitato di Vigilanza fatto di soli parlamentari che conta i minuti di par condicio, un Consiglio di Amministrazione nominato dalla politica che si preoccupa di formalità amministrative e giuridiche. Anni fa, in un mio saggio, proposi una nuova governance della RAI, mai attuata. I tempi sono maturi per riprenderla e, se anni fa proposi il modello BBC, oggi il modello da guardare è quello tedesco. ARD e ZDF hanno una governance totalmente diversa da RAI. L’AD riporta al Consiglio di Amministrazione che controlla la gestione e nomina i direttori di programma e altri leader. Poi, invece della commissione di vigilanza costituita dai politici dei vari partiti che controllano il “minutaggio” (tempo ai partiti) per garantire la par condicio esiste il Rundfunkrat/Fernsehrat, il supremo organo di controllo della qualità e della indipendenza che nomina l’AD e il CDA. È composto da rappresentanti selezionati della società civile, chiese, sindacati, università. I politici sono assenti.
La seconda proposta, quella utopica, è di Karl Popper, 1994: chi ha il potere di formare l’opinione di milioni di persone dovrebbe rispondere del proprio lavoro come un medico o un avvocato. Una licenza professionale revocabile. Non censura: responsabilità. L’Ordine dei Giornalisti italiano esiste già, ma non ha mai radiato nessuno per disinformazione sistematica e come la maggioranza degli ordini professionali in Italia non si preoccupa della qualità del servizio, ma protegge i suoi iscritti. Che, a loro volta, lo proteggono come se fosse una Corporazione. Popper non chiedeva un albo burocratico: chiedeva una responsabilità sostanziale proporzionata al potere esercitato. Nell’era dei social è ancora più utopica di trent’anni fa. E ancora più necessaria.
In tutto il mondo la crisi dei media rischia di essere una crisi della democrazia, sia da sinistra che da destra. Ma l’Italia ha una responsabilità particolare. Fu l’unico Paese dell’Europa occidentale a consegnare spontaneamente ai campi di sterminio una quota significativa dei propri ebrei: circa il 20% di quelli presenti sul territorio, in un contesto in cui la Germania ne deportò poco meno del 30%. La Germania ha fatto la Vergangenheitsbewaltgung, una profonda autocritica che da noi non è mai stata fatta perché la Resistenza ha funzionato come alibi collettivo, “noi eravamo partigiani”, quindi la colpa era degli altri, dei fascisti e dei tedeschi. Quella storia dovrebbe renderci i più vigili, i più esigenti, i più rigorosi. Invece rischiamo di essere tra i meno attrezzati. Non è una colpa ideologica, gli italiani non sono più antisemiti dei francesi o degli spagnoli: è un fallimento professionale dei nostri media, oltre che della politica. Ed è ancora possibile correggerlo.
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