Il suo percorso politico è appena cominciato
Salis incoronata “l’anti Meloni”: cara Silvia i riflettori non sono una legittimazione, attenta a non bruciare le tappe
A questo punto, qualcuno dovrebbe avvertire Elly Schlein che la strada per Palazzo Chigi potrebbe essere più semplice del previsto: basterebbe organizzare un grande evento, chiamare una Charlotte de Witte e attendere l’incoronazione mediatica.
È il paradosso che emerge osservando l’entusiasmo seguito all’auto investitura ad anti-Giorgia Meloni del sindaco di Genova, Silvia Salis, che da meno di un anno alla guida della città sembra già proiettata su un piano nazionale. La tentazione arriva da Bloomberg, e ha la forma ammaliante delle grandi occasioni: è così che si crede di costruire, in poche ore, leadership che nella realtà richiederebbero anni. Ma è anche così che si cade nella trappola più prevedibile: confondere un riflettore con una legittimazione. Un passaggio che Silvia Salis sembra aver già imboccato, lasciando intravedere una disponibilità nazionale quando il suo percorso amministrativo è ancora tutto da dimostrare.
Il primo banco di prova resta Genova. La Superba non si presta a letture approssimative: snodo strategico del sistema portuale italiano, ancora segnata da fragilità infrastrutturali e questioni sociali In questo contesto, a meno di un anno dall’elezione, il giudizio sull’operato di Silvia Salis resta inevitabilmente sospeso per mancanza di elementi: il tempo amministrativo non ha ancora prodotto risultati tali da definirne davvero il profilo politico. Ed è proprio qui che emerge la prima contraddizione. Se i risultati non sono ancora misurabili, su quale base si costruisce una proiezione nazionale? Offrire, in questa fase, una disponibilità apre una domanda: con un orizzonte elettorale che si avvicina, Genova è un mandato da portare a compimento o una tappa intermedia da archiviare una volta acquisita visibilità?
Il secondo livello è quello politico e, qui, la vicenda diventa interessante. Perché nel campo progressista qualcuno, prima di oggi, c’era già: Elly Schlein, alle prese con la ricostruzione di un centrosinistra logorato; Giuseppe Conte, che presidia un bacino elettorale senza il quale qualsiasi coalizione resta incompleta. Pensare di inserirsi in questo spazio per effetto di un’incoronazione esterna significa assumere ingenuamente che il tempo, il lavoro politico e perfino le sconfitte possano essere aggirati. Quello politico è un equilibrio che non tollera scorciatoie. E chi prova a forzarlo, di solito, finisce, come si suol dire nel gergo tecnico, “bruciato”. Giorgia Meloni questa storia la conosce fin troppo bene. Cresciuta nelle file del FUAN, si è fatta strada in una politica prevalentemente maschile senza saltare una tappa, alzando la voce quando contava poco, finché non è diventata risoluta abbastanza da guadagnarsi la leadership del suo partito e diventare, dopo anni di perseveranza, Presidente del Consiglio.
Divenirne l’anatema, per forza di cose, richiederebbe anzitutto una forma di serietà istituzionale che non può che partire dalla conclusione di un mandato nato da un patto di fiducia con i cittadini. Le copertine possono permettersi di essere patinate e vibranti, come solo la musica internazionale talvolta sa essere, ma la vita amministrativa quotidiana, quella con cui si costruisce il domani, richiede una cosa sola: costanza.
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