La dottrina Trump
Arresto Maduro, ci mancava solo una Mani Pulite in salsa caraibica
L’incursione statunitense in Venezuela e l’“estrazione” del dittatore terrorista Nicolás Maduro pongono serissime questioni di compatibilità geopolitica. È perfino banale osservarlo. Ed è altrettanto banale osservare che i possibili ricaschi dell’iniziativa non sono limitati al futuro di quel Paese, né soltanto a quel quadrante americano. Ma il coro delle dichiarazioni globali – con significative eccezioni – ha immediatamente preso a vociare sulla presunta illegalità dell’intervento degli Stati Uniti, dando per scontato che esso si ponesse indiscutibilmente in violazione del “diritto internazionale”.
Diciamo, al contrario, che l’assunto è quantomeno discutibile proprio a cominciare dal principale motivo di violazione cui molti hanno creduto di fare inoppugnabile riferimento. La regola invocata è quella di rango onusiano secondo cui gli Stati non possono ricorrere alla forza per attentare all’integrità territoriale o all’indipendenza politica altrui. Ma – ed è questo il punto – occorre invocare questa regola senza dimenticare i casi in cui essa certamente non opera, o i casi in cui è dubbio che operi. Non soltanto Maduro presiedeva un sistema usurpato, non riconosciuto in modo unanime, ma gli stessi Stati Uniti – presidente Joe Biden – avevano chiaramente indicato di ritenere legittimo e riconoscibile l’avversario del dittatore, cioè il presidente eletto Edmundo González. Questi non ha reagito in opposizione all’intervento statunitense, anzi. E la circostanza è rilevante, considerando che l’uso della forza, con l’interferenza politico-territoriale che esso può determinare nei confronti di un altro Stato, cessa o può cessare di essere illegittimo se la parte vittima dell’interferenza vi acconsente.
Se è vero che l’intervento dell’altro giorno non può essere giustificato perché il Venezuela non minacciava militarmente gli Stati Uniti, non è meno vero che i criteri per giudicarne la legittimità non si riducono a quello. Se è vero che l’uso della forza non è stato autorizzato dall’Onu, non è meno vero che questa mancanza è del tutto insufficiente a concludere nel senso che invece si dà per scontato, e cioè, appunto, che quell’intervento sarebbe per ciò solo illegittimo.
Le cose sono dunque un po’ più complesse rispetto a come frettolosamente hanno preteso di incasellarle certi cultori del “diritto internazionale”. Il quale, se richiamato acriticamente e con faciloneria, rischia non soltanto di conferire legittimità ad assetti (la sovranità venezuelana coincidente con il potere criminale di Maduro) che non possono vantarla: più gravemente, rischia di far trascurare posizioni e istanze sicuramente legittime, neutralizzate proprio dall’uso della forza del potere dittatoriale e criminale che riceve protezione in nome di una malintesa legalità internazionale.
Beninteso, l’intervento statunitense può essere criticato facendo appello a considerazioni sull’inopportunità dell’iniziativa, sulle ragioni di insicurezza e instabilità che, in ipotesi, potrebbe determinare, nonché ragionando sul pericolo di iniziative altrui che potrebbero trarre spunto di giustificazione da quel precedente. Tutto ciò che si vuole. Ma non è casuale che – in quel modo corale – ci si sia invece concentrati su profili di presunta illegalità, tutti da verificare, dell’intervento statunitense in Venezuela. Non è casuale che la legittima discussione politica abbia ceduto alle tentazioni di una improbabile Mani Pulite caraibica.
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