«La politica potrebbe fare molto: incentivare le scuole orafe, sostenere la formazione e far conoscere ai giovani le opportunità di questo settore. E poi difendere il Made in Italy, perché nel mondo conta ancora, ma di fronte alla differenza di prezzo spesso soccombiamo». Roberto Novello non usa giri di parole. Fondatore dell’omonima, azienda orafa vicentina che nel 2026 compie venticinque anni di attività, conosce il settore dalle fondamenta.

L’azienda orafa Novello

L’impresa, specializzata nella diamantatura a mano che conferisce all’oro una brillantezza distintiva, lavora con il mass market italiano e internazionale, dall’Europa agli Stati Uniti fino all’Asia. Dal 2021 ha affiancato alla gioielleria tradizionale una linea di occhiali in oro di alta gamma, rivolta a negozi di nicchia e clientela privata. «Siamo in sette, ma facciamo produrre tutto nei laboratori del Vicentino. La vera risorsa aziendale è la filiera. Abbiamo sempre cercato di difenderla, ma non tutti nel settore hanno fatto lo stesso: molti commercianti hanno tirato il collo ai fornitori, e oggi ne paghiamo le conseguenze».

L’oro continua ad aumentare quotazione

Ed è proprio la filiera a soffrire. «L’oro continua ad aumentare quotazione. Questa crescita galoppante fa sì che le famiglie normali non riescano più ad avvicinarsi al gioiello. La fiera appena conclusa ci ha dato un segnale chiaro: sono finite le quantità a cui eravamo abituati, i pesi dei monili calano. Andando avanti così perderemo una parte della catena produttiva, perché i piccoli laboratori non ce la faranno». Un mercato profondamente trasformato che impone nuove dinamiche produttive. «Nella cultura generale di massa il regalo in oro era normale e tradizionale. Con l’arrivo di altri beni, soprattutto per i giovani, dalla tecnologia ai viaggi, l’oro è diventato meno interessante. Eppure tutti sappiamo che quando abbiamo bisogno di fare cassa, andiamo al compro oro: l’oro ti permette sempre di recuperare, altri beni no».

Veneto, Mancano vere scuole orafe

La concorrenza internazionale aggrava il quadro. «Turchia, Indonesia, Malesia, Cina arrivano con prodotti ben fatti a prezzi più bassi. E quando le nostre aziende chiudono, i tecnici italiani vengono chiamati all’estero: esportiamo know-how, tecnologia, designer. Dieci anni fa la Turchia era indietro; oggi compete con noi». La risposta, per Novello, passa dalla formazione. «Mancano vere scuole orafe. Il lavoro c’è, ma dobbiamo tornare nel mondo scolastico a formare gli orafi. Se insegniamo ai giovani le tecniche antiche che ci contraddistinguono, la bulinatura e la diamantatura fatta a mano, possiamo competere perché abbiamo lavorazioni che gli altri non conoscono». Autocritica anche verso la categoria: «Come orafi non siamo mai riusciti a fare squadra. Ognuno ha sempre lavorato per il proprio orticello. Servirebbe una politica che sostenga la filiera, favorisca l’aggregazione delle piccole imprese, rafforzi i distretti”.