Il drone sulla base italiana a Erbil non è il frutto di un errore, di un difetto materiale o di traiettoria, ma un attacco deliberato contro la presenza italiana in Iraq al fianco dei curdi. Sono cinquantamila i membri delle forze di sicurezza curde addestrati dai militari italiani nell’ambito dell’operazione Prima Parthica, e questo ci dovrebbe far comprendere non solo la professionalità straordinaria dei nostri soldati, ma anche lo stretto legame che attività addestrative – come quelle svolte presso l’Italian National Contingent Command Land di Erbil – contribuiscono a creare. Non è la prima volta che le nostre Forze armate si trovano a rischio in teatri nei quali l’Italia non è direttamente impegnata, ma questa volta i Pasdaran hanno volutamente attaccato una base italiana con un chiaro messaggio intimidatorio: nessuno è immune. Così come l’attacco a Cipro è stato un messaggio mandato all’Europa intesa come cuore dell’Occidente, così questo è il messaggio inviato all’Italia come alleato di Washington e Tel Aviv e dei curdi.
Lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha parlato di «attacco deliberato», a dimostrazione di come avesse ragione quando ebbe a dire – nello stupore di tanti – che «può succedere di tutto». Oggi è chiaro che si sta entrando in una fase decisiva del conflitto, con il rischio che aumentino le minacce dirette e le provocazioni atte a determinare un’escalation. Questo è il momento nella vita politica di una nazione in cui sulla politica di difesa ed estera non si dovrebbe polemizzare, ma trovare la massima unità, mettendo da parte posizionamenti ideologici che poca utilità hanno in una dinamica che è ormai di natura militare e di Intelligence. Così va inteso l’appello all’unità della premier Meloni: è così che fanno i Paesi maturi, politicamente pronti ad affrontare le sfide esterne e talvolta anche interne.
Purtroppo, a giudicare dallo spettacolo desolante visto tra gli scranni dell’opposizione a sinistra dell’emiciclo, possiamo supporre che l’invito della premier resti una vana speranza. Del resto, la sinistra sull’Iran è in difficoltà: Elly Schlein sa solo accusare Stati Uniti e Israele di aver «violato il diritto internazionale», e Meloni di essere prona verso Trump. Giuseppe Conte seguita nella sua personale rincorsa a un populismo in politica estera. Di più, la segretaria del Pd vorrebbe che Meloni promettesse pubblicamente di non autorizzare l’uso delle basi americane in Italia per attacchi diretti all’Iran. Una follia.
Ma ora tutto è cambiato perché l’Iran ci ha attaccati, fortunatamente senza conseguenze per i nostri militari. Ma l’ha fatto. E di questo il dibattito politico deve tenere conto. Perché il governo ha la responsabilità diretta e si assume ogni rischio, ma quando è in ballo la sicurezza nazionale – e persino l’immagine dell’Italia – nessuno può tirarsene fuori. Questo è il momento di farsi trovare pronti, di valutare un approccio più aggressivo se altri attacchi dovessero essere perpetrati contro obiettivi italiani, perché gli ayatollah non conoscono altra lingua se non quella della forza.
