Autonomia differenziata, Molinari detta la linea: “Più responsabilità locali per industria e servizi”

il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari in occasione della conferenza stampa per presentare la proposta di legge della LEGA volta a incentivare l’occupazione giovanile e favorire il rientro dei cervelli dall’estero. Camera dei Deputati a Roma, Mercoledì 14 Maggio 2025 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) the president of the League deputies Riccardo Molinari at the press conference to present the LEGA bill aimed at incentivizing youth employment and encouraging the return of brains from abroad. Chamber of Deputies in Rome, Wednesday May 14 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

L a competitività del sistema produttivo europeo torna al centro del dibattito in una fase segnata da rallentamento industriale, tensioni geopolitiche e revisione delle politiche economiche dell’Unione. Tra automotive, agricoltura e nuovi equilibri commerciali, il confronto si intreccia con il ruolo delle politiche industriali e con il tema della governance territoriale. Il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari indica l’Europa come uno dei colli di bottiglia: «è evidente che qualcosa non ha funzionato».

In queste settimane il dibattito economico è focalizzato sul tema della competitività. L’Europa sembra voler immaginare una nuova architettura.
«Prima di immaginare nuove architetture europee bisognerebbe partire da ciò che non funziona. Anche Draghi ha riconosciuto che un modello fondato solo sull’export, dentro una globalizzazione che oggi sta cambiando, ha creato squilibri. Stiamo tornando a un mondo diviso in blocchi e questo impone di rafforzare il mercato interno europeo. Dal Green deal applicato in modo ideologico che sta distruggendo automotive e industria pesante, fino alla nuova Pac, che introduce regole che penalizzano l’agricoltura. Oggi importiamo acciaio e materie strategiche come il cemento da Paesi con standard ambientali e sociali diversi dai nostri: è evidente che qualcosa non ha funzionato».

L’automotive è al centro dello sviluppo industriale. La direzione degli incentivi è quella giusta?
«Gli incentivi alla domanda hanno avuto effetti limitati. Il vero nodo è la competitività delle fabbriche europee. Oggi produrre un’auto in Italia costa molto più che in Francia o in Spagna, soprattutto per il costo dell’energia. Occorre sostenere la produttività delle imprese, e lo abbiamo fatto nell’ultima Manovra finanziando Industria 5.0 e Industria 4.0. spingendole a investire secondo i criteri ambientali, che significa spendere meno in energia per cercare di contenere i costi. Resta però il problema della riconversione forzata all’elettrico, che ha spinto il mercato verso modelli costosi e poco accessibili, mentre le norme europee sulla sicurezza e sull’equipaggiamento tecnologico stanno facendo salire troppo il prezzo delle auto più comuni».

Il consolidato rapporto Italia-Germania può aiutare il settore?
«Le nostre economie sono fortemente interconnesse, soprattutto nel Nord Italia. Il rallentamento tedesco si riflette sulle nostre filiere, in particolare sull’automotive. Rafforzare le politiche industriali comuni può essere utile, ma bisogna capire cosa si intende per Europa a due velocità. Se significa maggiore cooperazione tra Paesi per superare rigidità europee può essere un’opportunità; se invece significa creare nuove strutture sovranazionali a cui delegare ulteriore sovranità, questo ci preoccupa».

Un altro campo in cui serve un nuovo ordine è l’agricoltura.
«Negli anni si è passati da una fase in cui le politiche agricole erano legate anche a un sistema di controllo dei prezzi e a integrazioni al reddito, a una fase in cui le risorse vengono sempre più condizionate da politiche decise dall’Europa, che spesso premiano la non produzione o l’abbandono di superfici. Così molte aziende hanno dovuto adattarsi a un modello in cui per “stare in piedi” conviene produrre meno. Ora si rischia un ulteriore passo: far confluire risorse in un fondo unico e legarle a un meccanismo simile al PNRR, cioè soldi che arrivano se lo Stato fa determinate riforme. Questo rende il sostegno agli agricoltori meno certo. A proposito di questo abbiamo presentato in parlamento come Lega una mozione a mia prima fi rma per scongiurare l’accorpamento dei fondi e i tagli del 24% delle risorse. L’Italia è un grande player, ma versiamo più di quanto riceviamo, e l’agricoltura resta un settore primario che non possiamo abbandonare. Intanto i grandi concorrenti globali mettono risorse enormi per aumentare la produzione: noi non possiamo fare l’opposto».

Quali misure servirebbero subito per il settore agricolo?
«La prima è proteggere il mercato europeo quando i prezzi crollano per importazioni massicce. Non si tratta di chiudersi, ma di evitare che prodotti provenienti da Paesi con standard diversi distruggano la redditività delle nostre aziende. In parallelo bisogna incentivare la produzione per rafforzare l’autonomia alimentare europea, che diventa fondamentale in un mondo sempre più instabile». Sul Mercosur la Lega è contraria. E avete levato gli scudi anche all’interno della maggioranza. Perché? «Non siamo contrari al commercio internazionale, ma riteniamo che l’accordo non garantisca suffi cientemente i produttori europei. L’ingresso di grandi quantità di materie prime senza adeguate tutele rischia di far scendere ulteriormente i prezzi di prodotti già in diffi coltà, come cereali e riso. Alcuni segmenti dell’agroindustria possono trarne vantaggio, ma i produttori rischiano di pagarne il costo. Per questo abbiamo chiesto maggiori garanzie e una verifi ca di compatibilità con i trattati europei».

La riforma “bandiera” della Lega resta l’Autonomia differenziata. A che punto è il percorso?
«La Corte ha indicato correzioni e prescrizioni, ma non ha bocciato l’impianto. E poi va ricordato un punto fondamentale: l’autonomia differenziata non esiste “per Calderoli” o “per la Lega”. Esiste perché è prevista dalla riforma costituzionale del 2001, approvata e confermata da un referendum, e per vent’anni non è stata applicata. La legge serve a dare una procedura ordinata e garantita: passaggi con le regioni, atti di indirizzo parlamentare, voti nei consigli regionali, nei consigli dei ministri e poi un voto parlamentare a maggioranza assoluta. È un percorso con molti controlli, non una scorciatoia. E sulle materie che non richiedono i livelli essenziali delle prestazioni si può partire già, mentre sui LEP c’è un lavoro specifi co da completare». Quali sono i benefi ci concreti per i cittadini previsti dalla riforma? «L’autonomia significa avvicinare le decisioni ai territori e responsabilizzare le amministrazioni. In sanità, ad esempio, le regioni gestiranno le risorse con maggiore fl essibilità in base ai bisogni locali. Nella protezione civile potrebbero intervenire più rapidamente in caso di emergenze. Su alcune professioni o su strumenti di previdenza complementare si potrebbero costruire politiche più aderenti alle specifi cità territoriali. È un modello che aumenta la responsabilità politica e la trasparenza verso i cittadini».