Abbiamo intervistato Giovanna Barni, presidente nazionale di Culturmedia Legacoop e responsabile Innovazione di CoopCulture, sigla che rappresenta oltre 35.000 soci attivi nel comparto culturale italiano. In questo dialogo, che anticipa i convegni di Roma e Venezia dedicati al futuro delle città, alle aree interne e a nuovi modelli di sviluppo, ci dice perché la cultura va considerata un’infrastruttura civile strategica per il Paese.
Oggi Roma, la prossima settimana Venezia. Da dove partire per leggere queste iniziative?
«Sono due appuntamenti differenti ma convergenti. Entrambi puntano a valorizzare il ruolo della cooperazione come approccio strutturale nel settore della cultura. A Venezia lo facciamo soprattutto attraverso il racconto delle esperienze, delle storie, dei percorsi che hanno dato vita a pratiche culturali capaci di incidere sui territori. A Roma, invece, lavoriamo di più sull’analisi e sulla ricerca, mettendo a confronto modelli di governance diversi e proponendo quelli cooperativi come soluzioni concrete. L’obiettivo è comune: garantire pluralità culturale, lavoro dignitoso e una reale capacità trasformativa della cultura».
Lei insiste molto sull’idea di cultura come volano per un’economia di sistema. Quanto pesa davvero la cultura nella ricchezza di un Paese come l’Italia?
«In Italia la cultura e il patrimonio culturale non sono solo asset economici, ma elementi identitari profondi. È ormai dimostrato che la cultura non produce soltanto occupazione diretta, ma genera un forte effetto moltiplicatore: attiva filiere, crea nuove economie, rigenera territori dove le economie tradizionali hanno fallito».
Quella che racconta è anche una lunga storia di resilienza.
«Sì, parliamo di una storia di oltre cinquant’anni. Quest’anno celebriamo i 140 anni di LegaCoop, ma anche i cinquant’anni di tante cooperative che hanno rinnovato linguaggi e creato lavoro dignitoso nel teatro, nel patrimonio culturale, nel turismo culturale. In molti territori del Paese, soprattutto nelle aree più fragili, l’unico presidio culturale è quello cooperativo. Non parliamo solo dei grandi teatri o delle grandi istituzioni, ma di librerie indipendenti gestite da giovani, di teatri rigenerati, di esperienze come il teatro per le nuove generazioni. Siamo dove c’è bisogno di ricucire le fratture del Paese e ridurre le diseguaglianze».
Il ruolo strategico della cooperazione, nella cultura?
«Oggi oltre il 70 per cento dei beni culturali è sottoutilizzato o a rischio di abbandono. La cooperazione, anche tra pubblico e privato, è lo strumento più efficace per praticare davvero la sussidiarietà prevista dalla Costituzione e garantire il diritto alla cultura per tutte e tutti».
Nel vostro lavoro emerge anche lo studio di un fenomeno allarmante: il degiovanimento del Paese. Che cosa significa?
«Significa che la fascia dei giovani attivi si sta riducendo drasticamente, mentre cresce quella anziana. Molti giovani lasciano l’Italia non solo per necessità, ma per scelta, perché non vedono la possibilità di realizzare qui i propri sogni. È una perdita enorme. La cultura cooperativa può offrire lavoro, prospettive e senso di appartenenza, soprattutto nei territori marginali. Senza giovani non c’è futuro, e senza cultura condivisa non c’è nemmeno coesione».
Quale messaggio dà al Ministro Giuli?
«La cultura non è un costo, è un investimento. Muove nuove economie, dall’innovazione al digitale, e può dare un’impronta umanistica anche al progresso tecnologico. Il prossimo anno sarà anche l’anno della cooperazione, un’occasione simbolica e concreta per riconoscere il valore di un modello che ha già dimostrato di funzionare. Alla politica chiediamo visione, coraggio e la capacità di ascoltare chi lavora ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, per tenere viva la cultura del Paese».
