
Fra le opere classiche ripubblicate dall’editore Giuntina, prosecuzione della storica Tipografia Giuntina (fondata a Firenze nel 1909), gestita dalla famiglia Vogelmann dopo la Seconda Guerra Mondiale, non poteva mancare L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta, della teorica politica Hannah Arendt.
L’ebreo, questo enigma
In questo saggio acuto e provocatorio – originariamente pubblicato nel 1944 e poi ampliato – Arendt delinea una distinzione fondamentale per comprendere la storia ebraica moderna e la risposta degli ebrei alla loro condizione nella diaspora europea: la scelta tra essere un paria o un parvenu. Il paria è un membro delle caste più basse e emarginate della società tradizionale indiana o antico-egizia; il parvenu è una persona di origini umili che ha raggiunto rapidamente ricchezza e status sociale elevato, ma spesso conserva modi e mentalità della classe precedente, apparendo volgare o inadeguata al nuovo contesto.
Una scelta da compiere
La tesi centrale di Arendt è che, a fronte dell’emancipazione formale ma spesso superficiale del XIX secolo, gli ebrei si trovarono di fronte a una duplice possibilità. Da un lato, il parvenu (che qui dovremmo intendere più come l’arrivista) cerca di assimilarsi a tutti i costi, di nascondere la propria differenza e di ottenere l’accettazione della società maggioritaria, spesso interiorizzandone i pregiudizi. Dall’altro, il paria (l’escluso cosciente) rifiuta questa assimilazione servile, accetta la propria marginalità e la trasforma in una posizione di libertà critica, da cui può osservare, giudicare e creare al di fuori delle convenzioni sociali.
Chaplin come paria
Arendt individua una “tradizione nascosta” del paria, incarnata da figure esemplari come Heinrich Heine, Bernard Lazare, Charlie Chaplin e Franz Kafka. In costoro, l’esclusione non si traduce in passività o risentimento, ma diventa la base per una visione umanistica universale, un umorismo dissacrante, un impegno per la giustizia sociale o una letteratura che svela le assurdità del potere burocratico. Il paria arendtiano non è una vittima passiva; è un coscienzioso outsider che usa la sua posizione per pensare in modo autonomo e sfidare l’ordine costituito.
Schlemihl o Schnorrer?
In questo senso Arendt cita le figure idealtipiche dello Schlemihl e dello Schnorrer, che rappresentano due volti specifici e concreti del “paria” nella tradizione culturale ebraica dell’Europa orientale. Lo Schlemihl è il maldestro, il Paperino, lo Charlot, lo sfortunato, l’inetto cronico, colui i cui piani si ritorcono sempre contro di lui. È un personaggio comico e tragicomico. Per Arendt incarna il paria come figura pre-politica o apolitica. La sua è una condizione di passiva accettazione del mondo. Non comprende le regole sociali (o le comprende in modo distorto) e, pur essendo sincero e spesso di buon cuore, è permanentemente inetto a navigarle con successo. Per Arendt, lo Schlemihl rappresenta anche una risposta alla marginalità che è innocente ma inefficace, perché manca di una coscienza critica trasformativa. È un paria che non sa di esserlo o che non ne trae una forza politica.
Lo Schnorrer invece è il “mendicante-professionale” o, meglio, il “questuante” con pretese. La figura classica (descritta magistralmente da Roth) è quella di un uomo povero che chiede prestiti o favori ai ricchi borghesi ebrei, ma lo fa con un’aria di superiorità, come se stesse riscuotendo un tributo dovuto. Ribalta il rapporto di potere tra donatore e beneficiario. Per Arendt lo Schnorrer incarna il paria come figura cosciente e sovversiva. Egli sfida apertamente le gerarchie sociali (anche quelle interne alla comunità ebraica) e rifiuta il ruolo passivo del povero riconoscente. La sua sfacciataggine è una forma primaria di resistenza e di affermazione di dignità.
Per Arendt, lo Schnorrer, a differenza dello Schlemihl, ha una chiara consapevolezza della sua condizione di escluso e la usa per mettere in crisi l’ipocrisia e l’autocompiacimento del parvenu (qui proprio come borghese arricchito che cerca l’assimilazione). È una figura “politica” nel senso arendtiano, perché agisce nello spazio umano delle relazioni, sfidando le convenzioni.
Radici popolari del paria
Schlemihl e Schnorrer sono per Arendt le radici popolari e culturali della categoria astratta del “paria“. Servono a mostrare che la condizione dell’ebreo nella diaspora non era solo una questione teologica o giuridica, ma produceva precise tipologie umane e sociali. Da questo humus, secondo Arendt, può nascere—nelle menti più elevate—quel “paria cosciente” la cui lucidità marginale diventa un potente strumento di analisi e di azione nel mondo moderno.
La dicotomia paria/parvenu offre una lente davvero efficace per leggere non solo la storia ebraica, ma qualsiasi dinamica di assimilazione, marginalità e resistenza culturale. Arendt mostra come la condizione esistenziale del paria possa generare una posizione etica e politica di grande valore, fondata sull’autenticità e sulla solidarietà con gli oppressi. Il saggio parla direttamente a tutte le minoranze che affrontano la pressione tra assimilazione e conservazione dell’identità, tra integrazione e rifiuto critico delle norme dominanti.
Come ovvio e come normale, la prospettiva di Arendt è profondamente segnata dalla tragedia della Shoah, che per lei rappresenta il fallimento catastrofico dell’assimilazione parvenu e la conferma della necessità di una posizione politica chiara (che svilupperà poi nel suo sionismo critico).
In conclusione, L’ebreo come paria è molto più di un saggio di storia ebraica. È un testo fondamentale per comprendere la genealogia del pensiero politico della stessa Arendt, in cui emergono già temi centrali come la critica al conformismo, il valore dell’azione autonoma e la ricerca di una comunità politica basata sulla pluralità e non sull’omologazione. Rimane una lettura essenziale per chiunque rifletta sulle relazioni tra identità, esclusione e libertà nella modernità.
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