BLOG

Con Father Mother Sister Brother Jim Jarmusch riscrive Tolstoj

Giornalista
Con Father Mother Sister Brother Jim Jarmusch riscrive Tolstoj

Fare un film a episodi nel 2025 è una scelta audace: tra gli anni ‘60 e ‘70 quasi tutti i più grandi registi europei si sono cimentati in lavori collettivi che hanno fatto (quasi tutti) scuola.

Father Mother Sister Brother, oltre a essere l’ultimo film di Jim Jarmusch e il vincitore del leone d’oro a Venezia, è un film di tre parti che comunicano a distanza attraverso temi (la famiglia su tutto) e dettagli più o meno espliciti che allargano lo spazio della narrazione. Jarmusch scrive un film minimalista come può esserlo un racconto di Carver (“Cattedrale” o “Di cosa parliamo quando parliamo di amore”) che grazie al decoupage maniacale e al controllo serrato sulla recitazione di un cast di primo ordine, raggiunge una resa teatrale e poetica che ricorda il miglior Wes Anderson, Cassavetes o, repetita iuvant, Carver.

Nella prima parte “Father” due fratelli vanno a trovare il padre anziano dopo un lungo distacco. Adam Driver e Mayim Bialik interpretano due poli opposti: il figlio premuroso e credulone, la figlia severa e disillusa. Tom Waits è il padre figlio del ‘68, incapace di accettare la propria età, bisognoso delle attenzioni (e dei soldi) del figlio, un bugiardo per costituzione. Già dai primi minuti il regista conduce lo spettatore sul proprio terreno di gioco, fatto di omissis, reticenze, aposiopesi e quei silenzi surreali che sono un marchio di fabbrica di Jarmusch. L’imbarazzo di questo rendez-vous accompagnato da non detti, frasi formulari e incomprensioni tipiche di chi sta recitando una parte nel delicato equilibrio familiare, disvela con meraviglioso cinismo tutta l’ipocrisia dei rapporti familiari.

In “Mother” lo schema rimane pressocché invariato: due giovani donne dublinesi prendono il loro té annuale con la madre, scrittrice di successo e misantropa. Qui una monumentale Charlotte Rampling tiranneggia il super-io di Cate Blanchett, figlia modello succube di sua madre, e della sorella Viky Krieps, la pecora nera della famiglia. Le tre si sono liberate della figura maschile (che non viene nemmeno menzionata) e galleggiano libere in tre vite separate. Tra di loro l’incomunicabilità è totale, la menzogna una regola.

Dulcis in fundo, “Sister Brother” è la sintesi e la risposta perfetta a questo inferno domestico. Skye e Billy, due gemelli eterozigoti franco-americani, si ritrovano a Parigi dove tempo addietro vivevano con i genitori, vittime di un incidente aereo. Nello splendido appartamento parigino non è rimasto più niente dopo il trasloco. I due si seggono a terra per sfogliare fotografie e vecchi documenti che aggiungono frammenti di verità alla loro storia. Anche qui la narrazione è in medias res: lo spettatore deve leggere la storia in un dettaglio, nel movimento di una ruga, in uno sguardo, in due parole dette a mezza voce. Sul nudo parquet dell’appartamento i due fratelli capiscono che della loro infanzia non è rimasto più niente, solo qualche scatto e vaghi ricordi dolciastri. Il tempo non ha risparmiato niente, adesso possono contare solo l’uno sull’altra. Jarmusch, alla fine di questo gioiello, vuole dirci che la famiglia ridotta all’osso è questa cosa qua: il rapporto che c’è tra due persi al mondo che non hanno più bisogno di niente. Parafrasando Anna Karenina, ogni famiglia infelice è felice a modo suo. Non a caso l’epilogo si svolge nel box di un garage. Billy alza il portello per mostrare a Skye il risultato di due giorni di trasloco: una stanza piena di scatole e cianfrusaglie che appartenevano ai genitori e ai nonni. Così, guardando la carcassa della famiglia-passata, non possono che chiedersi: «Cosa ne facciamo di tutta questa roba?». Quindi fanno la cosa più sensata: chiudono il garage, risalgono in macchina (una splendida Porsche turchese degli anni ‘60) e mettono nel mangianastri la cassetta preferita della madre mentre vagano per Parigi senza meta.

RIFOCAST - Il podcast de Il Riformista

SCOPRI TUTTI GLI AUTORI