La risposta è no. Non ancora, almeno. Una percentuale tutt’altro che trascurabile di italiani sembra subire il fascino di una figura forte al comando, ma questo non significa che la democrazia sia un’istituzione al tramonto. Secondo il rapporto Censis del dicembre 2025, quasi un italiano su tre guarda con favore a forme di governo più autoritarie. Una parte dei nostri concittadini arriva persino a considerare le autocrazie più adatte ad affrontare i tempi che corrono: il 12,8% esprime apprezzamento per Putin, il 12,4% per Orbán, l’11% per Erdoğan e il 13,9% per Xi Jinping. Addirittura.
Un altro studio, però, offre un dato più rassicurante. È vero che quasi un terzo degli italiani ha perso fiducia nelle forme della democrazia rappresentativa ed “esprime sostegno a modelli di governo radicali caratterizzati da una maggiore centralizzazione del potere”, ma questa tendenza non sembra riguardare allo stesso modo le fasce più giovani della popolazione. I primi veri nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2012, mostrano infatti una maggiore fiducia nella democrazia liberale (Valerio Alfonso Bruno, Antonio Campati, Andrea Scavo, Does democracy still work? A survey on political distrust and radical views among Italian citizens, 2025). Almeno in questo caso, dunque, non trova conferma l’idea, ormai quasi automatica, che l’esposizione ai social media produca necessariamente posizioni più radicali.
Sul futuro delle democrazie contemporanee ci siamo confrontati con lo storico e politologo francese Marc Lazar, in un’intervista per la testata di Telos A&S PRIMOPIANOSCALAc. Lazar registra un sentimento apparentemente contraddittorio: “da un lato, il desiderio di un’autorità forte – che non va confuso con l’autoritarismo – capace di dare senso e direzione all’azione pubblica; dall’altro, la richiesta di una partecipazione più ampia e diretta dei cittadini ai processi decisionali della democrazia”. Vogliamo, insomma, qualcuno che decida e, nello stesso tempo, vogliamo decidere di più. Più autorità e più partecipazione. Più comando e più voce. Questa contraddizione potrebbe essere meno paradossale di quanto sembri e avere una radice comune: la perdita di fiducia nel futuro.
Un altro studio sembra andare proprio in questa direzione. Gli abitanti del Bel Paese, quelli della dolce vita, risultano infatti assai meno ottimisti rispetto alla media dei trenta Paesi presi in esame: se il 71% degli intervistati nel mondo guarda con fiducia al futuro, in Italia la percentuale si ferma al 57%. Siamo tra i Paesi meno fiduciosi, insieme a Francia, Giappone e Belgio (Ipsos Predictions Survey 2026).
Forse, allora, non è la democrazia ad averci deluso, quanto la promessa che le abbiamo attribuito: quella di saper governare il presente e, soprattutto, di rendere migliore il futuro. Quando questa promessa vacilla, chiediamo contemporaneamente più partecipazione e più autorità. Non necessariamente perché desideriamo meno democrazia, ma perché ne vorremmo una capace di decidere, di funzionare e di restituirci qualcosa che oggi sembra mancare più di tutto: la speranza nel domani.
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