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La disparità retributiva non colpisce solo le donne: parliamo di immigrazione regolare, risorsa non sempre valorizzata

Giornalista Pubblicista, Avvocato. Esperta di parità di genere, sicurezza sociale e parità etnica-razziale
La disparità retributiva non colpisce solo le donne: parliamo di immigrazione regolare, risorsa non sempre valorizzata

Il tema della diversità etnico-culturale sta assumendo sempre più importanza nel mondo del lavoro riflettendo un contesto socioeconomico globalizzato e dinamico. L’incontro tra persone di culture e origini diverse è diventato una realtà comune in ogni settore e le organizzazioni devono imparare a gestire questa pluralità in modo strategico valorizzando il potenziale che diverse prospettive e background portano con sé. Tuttavia, come evidenziano numerose ricerche e studi, nonostante le opportunità che la diversità etnico-culturale può generare, persistono ancora ostacoli significativi legati alle discriminazioni e alle difficoltà di un’effettiva inclusione.

Per le persone appartenenti a minoranze etniche e culturali alcuni dei problemi più rilevanti nel contesto lavorativo riguardano proprio le discriminazioni, atti che non sempre si manifestano in maniera lampante. Infatti, le microaggressioni –commenti o comportamenti sottili che denotano pregiudizi impliciti – possono rendere l’ambiente lavorativo ostile, poco inclusivo, e possono quindi avere un impatto negativo sul benessere e la performance lavorativa delle persone. L’indagine “How Racism Shows Up at Work and the Antiracist Actions Your Organization Can Take” di Catalyst del 2023, fatta a livello internazionale, ha rivelato che più della metà delle persone appartenenti a  minoranze etniche e culturali ha subito razzismo durante la loro carriera(il 52% nell’attuale lavoro), con episodi di battute razziste, disuguaglianze occupazionali e commenti denigratori su attributi fisici e culturali.

Inoltre, le persone che migrano in Stati diversi da quello d’origine  si trovano a dover fare i conti con il fenomeno della sotto – qualificazione quando arrivano nel paese ospitante. Questo comporta lo svolgere lavori al di sotto delle competenze a causa del mancato riconoscimento dei loro titoli di studio, per ostacoli relativi alla lingua o difficoltà burocratiche legate a permessi di soggiorno e lavorativi.

In generale, i dipendenti appartenenti a minoranze etnico-culturali hanno più probabilità di essere sottoqualificati per il lavoro che svolgono rispetto ai colleghi non appartenenti a minoranze. A ciò si aggiungano disparità retributive, con salari spesso inferiori rispetto ai colleghi, e tassi di disoccupazione più elevati.

Eppure dall’integrazione etnico-professionale arrivano anche dei vantaggi.

Lo dimostra la ricerca “Ethnocultural minorities in Europe: A potential triple win” del 2024: oltre a promuovere la crescita aziendale attraverso una forza lavoro più diversificata e innovativa, favorisce l’empowerment degli stessi dipendenti. Questo processo genera benefici non solo all’interno dell’azienda, ma anche a livello economico e sociale favorendo una maggiore coesione sociale e una più ampia inclusione economica.

Cosa possono fare quindi le aziende (anche Italiane)?

Le aziende possono fare molto per migliorare l’inclusione sul posto di lavoro, ma è necessario andare oltre la semplice assunzione di persone di diversa etnia o cultura. Un approccio efficace richiede politiche dedicate che integrino la diversità etnico-culturale come parte centrale della strategia aziendale.

Un aspetto cruciale è implementare poi iniziative di formazione continua per sviluppare reciproche sensibilità interculturali.

 

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