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La lobby che non si dichiara

La lobby che non si dichiara

In Italia la parola lobby viene usata quasi sempre al plurale e quasi sempre per parlare degli altri. Le lobby sono le multinazionali, i grandi gruppi industriali, i poteri forti. Raramente sono i soggetti che siedono ai tavoli istituzionali con una legittimazione pubblica e una targa sulla porta.

Eppure anche gli ordini professionali fanno attività di lobbying. La fanno da sempre. Solo che non la chiamano così.

Il caso della riforma delle donazioni immobiliari è istruttivo non perché sia passato sotto silenzio, ma proprio perché ha avuto un dibattito parlamentare, un confronto tecnico e una modifica normativa discussa e approvata. Per anni le donazioni avevano prodotto un effetto noto: gli immobili ricevuti a titolo gratuito erano difficili da rivendere, perché l’azione degli eredi poteva colpire non solo il donatario ma anche l’acquirente successivo. Ne derivava un mercato appesantito da un rischio giuridico che non riguardava la qualità del bene, ma la sua storia familiare.

Gli ordini professionali, come i notai, intervengono quando si discutono le regole sulle competenze, sull’accesso alla professione, sulle responsabilità, sui compensi, sulle attività riservate. In questi casi è per tutti scontato che lo facciano per difendere la categoria: fa parte della loro funzione. Meno evidente, invece, è quando intervengono su norme che incidono direttamente sul loro mercato e quindi sul loro business, come hanno fatto proprio i notai nel caso delle donazioni. Si muovono con audizioni, documenti tecnici, proposte di modifica e interlocuzioni istituzionali, esattamente come qualsiasi altro soggetto organizzato.

La differenza sta nel lessico. Quando a muoversi è un’impresa, si parla di lobby. Quando a farlo è un ordine professionale, si preferisce parlare di tutela della qualità, di garanzia per i cittadini, di contributo tecnico. Tutte espressioni legittime, ma che non cambiano la sostanza: si tratta comunque di rappresentanza di interessi, quindi di lobby.

Non c’è nulla di sbagliato in questo. Un ordine professionale ha il dovere di difendere la propria funzione e segnalare le conseguenze pratiche di una norma mal congegnata. Nel caso delle donazioni, l’interesse della categoria coincideva con un interesse più ampio alla circolazione dei beni e alla certezza delle transazioni. In altri casi la coincidenza può essere meno evidente, ma il meccanismo resta identico.

Il punto è riconoscere che quella attività ha un nome preciso. È rappresentanza di interessi nel procedimento legislativo. È lobbying. Continuare a usare la parola solo per descrivere gli altri produce un equivoco che non aiuta nessuno. Se vogliamo essere seri, il primo passo è chiamare le cose con il loro nome, anche quando riguardano categorie storiche e istituzionalizzate.

La lobby non è un’anomalia del sistema. È una sua componente. E vale anche per chi preferisce non dirlo.

 

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