Se è vero che i social non sublimino la verità ma tengano il polso dei trend del momento, c’è da preoccuparsi. Imperversano infatti regolarmente modelli femminili di contemporanee casalinghe (in gergo “trad wife”) con l’intento di rispolverare quell’immagine desueta della casalinga esaurita, sciatta e con la parannanza (il grembiule da cucina) degli anni passati.
Oggi si narra che le casalinghe (ops, le trad wife) facciano una scelta consapevole, glamour e orientata alla ricerca di un equilibrio di vita (lontana dal burnout lavorativo) sfoggiando comunque un alto valore economico e sociale (garantito dal patrimonio consorte o ereditario).
Una tendenza che tenta, invano, di seguirne un’altra molto in voga fatta di quella ricerca di serenità lontana dalla frenesia lavorativa e vicina a valori più lenti, intimi e di equilibrio familiare. Che però, all’opposto delle trad wife, non esclude la propria realizzazione professionale (e né la ritiene marginale).
In questi spot social sono raccontate almeno tre gravi bugie. Vediamole:
- Dagli anni ’80 in Italia vi è stato un calo progressivo e costante dei matrimoni celebrati (con una media, ogni anno, dal 5 al 10%). I giovani non si sposano più non solo per crisi religiosa ma anche perché al “finchè morte non vi separi” si preferisce “finchè stiamo bene” e questo significa unirsi già con naturale scadenza. L’impegno di stare insieme è stato sostituito dalla ricerca del proprio benessere. La costruzione di una vita a due è ora subordinata dall’individuale felicità. Se non ci fossero costi elevati di vita e mutui, è probabile che neppure le convivenze terrebbero. Solo nel 2024 in Italia sono stati celebrati 173.000 matrimoni e perfezionate 75.000 separazioni (quasi il 45% dei celebrati a differenza che negli anni ’70 ove le separazioni furono 10.000 su 450.000 matrimoni). Le convivenze all’opposto hanno numeri impalpabili, da provare, non sempre poi di natura amorosa, di simili diritti e doveri (non uguali) rispetto al matrimonio, nate come “prova” di relazioni più mature, in molte parti d’Italia ancora considerate prodromiche al matrimonio, in altre elusivamente uguali. In controtendenza solo i matrimoni “tardivi”, over 60 anni, di anno in anno in anno raddoppiati: gli unici dove il “per sempre” non fa paura ma è un vicendevole auspicio. Ecco, in questo panorama si muovono le odierne trad wife: statisticamente con alta probabilità di avviarsi prima o poi alla fine della loro relazione (non solo emotiva dunque ma anche economica), il loro investimento è tutt’altro che glamour ma ad altissimo rischio;
- La giurisprudenza negli ultimi anni è cambiata e alle donne separate non spettano più mantenimenti permanenti “pari al valore della vita familiare” ma transitori sostegni per il loro reinserimento nel mondo del lavoro. Niente trattamenti di fine rapporto, fiocchi e vita lenta ma un brusco risveglio nella vita reale. Idem per le donne dopo la convivenza, ammesso che riescano a provare questo residuo diritto (sennò, neppure questo);
- Gli uomini sono cambiati. Lo stereotipo che ha accompagnato tutto il dopoguerra italiano sino agli inizi del XXI secolo ha tratteggiato la figura del padre/marito assente in famiglia che delegava tutte le faccende familiari e genitoriali alla moglie. Dagli inizi degli anni 2000, sulla scia della predetta diffusa ricerca di un maggior equilibrio casa – lavoro, si stanno via via definendo sempre più uomini partecipi e desiderosi di esserci nella crescita dei propri figli (+ 21% nel 2022 rispetto al 2% del 2002). Ne consegue che l’uomo non si sente più socialmente tenuto ai lavori più faticosi per “mantenere la famiglia” e né necessariamente colui che mantiene: anche lui vuole stare a casa e per farlo ha bisogno di una compagna che contribuisca con parità al sostentamento generale.
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