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“Orfeo”, il sogno lucido di Virgilio Villoresi

Giornalista
“Orfeo”, il sogno lucido di Virgilio Villoresi

In un brano dell’‘87 Paolo Conte dice che «dove c’è un piano, intorno c’è sempre gente che fa baccano, ci sono occhi che si cercano, ci sono labbra che si guardano». Nell’ultimo film di Virgilio Villoresi il piano è quello di Angelo Trabace, che firma la colonna sonora che sostiene le visioni in stop-motion di questo sogno chiamato Orfeo, trasposizione più fedele al mito che al Poema a fumetti di Buzzati. Nella graphic novel il giovane musicista suonava la chitarra e cantava canzoni strappalacrime, qui invece Orfeo (Luca Vergoni) suona il piano al Polypus, il nightclub dove incanta Eura (Giulia Maenza) ballerina di seconda fila dalle sembianze angeliche. Villoresi ricostruisce in studio un Averno artificiale con miniature e specchi inclinati come faceva Lang per Metropolis. Un giorno per cinque secondi di sequenze, fino a quattro ore di attesa per gli attori tra una ripresa e l’altra, una follia al tempo dei prompt e delle animazioni fai da te. In una recente intervista Villoresi dice che le difficoltà sono state principalmente di natura economica: al di là del sostegno ricevuto dal Ministero della Cultura e dal tax credit, il film è stato in gran parte autoprodotto, ma questo ha concesso una libertà creativa pressoché totale, consentendo al regista di seguire le proprie intuizioni.

Per Orfeo ci sono voluti i matti di Fantasmagoria, piccola casa di produzione che ha creato il diorama di Orfeo ed Eura. I fondali sembrano quelli disegnati da Dalì per la sequenza onirica in Spellbound di Hitchcock, le scenografie riprendono Suspira di Argento, la pellicola 16mm con le immagini live-action, a scatti, impastate, tetre, ricordano il Burton di Nightmare before Christmas. Vergoni incarna i fantasmi del cinema espressionista con i suoi attori dagli occhi spiritati e i movimenti sospesi. Il suo Orfeo somiglia più che a quello ovidiano – che si volta un po’ per timore, un po’ per l’ansia incontenibile di rivedere l’amata – a quello virgiliano, che colto da un’incauta follia (dementia o furor nelle Georgiche) dimentica la legge di Proserpina e a un passo dalla luce condanna nuovamente Euridice alle tenebre. Villoresi rilegge il mito in chiave onirica, seguendo il viaggio del protagonista per il sentiero impervio di chi ha subito una perdita e si confronta con i propri fantasmi interiori. L’elaborazione, dopotutto, non consiste nel salvataggio della bella amata, ma nel doloroso percorso di accettazione. In Orfeo l’amore sembra vincere la morte: la liberazione di Eura è nella trasformazione del suo rapporto con il pianista. Non cambierà la fine ma di certo il finale.

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