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Pallacanestro e parità sociale: intervista al capitano della Dinamo Basket, Andrea Colli

Giornalista Pubblicista, Avvocato. Esperta di parità di genere, sicurezza sociale e parità etnica-razziale
Pallacanestro e parità sociale: intervista al capitano della Dinamo Basket, Andrea Colli

La parità sociale non è un affare di pochi. Coinvolge oltre il 50% della popolazione mondiale fra donne, bambini, anziani, disabili, malati, stranieri. Non è dunque un argomento di nicchia né tantomeno secondario eppure parlarne richiama alla mente ancora qualche sporadico evento di qualche sporadico sensibile volonteroso. Errore: dall’inclusione sociale nessuno è chiamato fuori, è un’urgenza collettiva e solidale.

Si può dire che valga questo anche nello sport? Mi ha risposto Andrea Colli, classe 1988, giocatore di basket da quando era bambino e da 5 anni capitano della Dinamo Basket, serie B Interregionale, un gioiello sportivo professionistico nato da un gruppo da amici e cresciuto fra le difficoltà e le familiarità di una piccola comunità provinciale.

Essere capitano della Dinamo non è solo rappresentare di una squadra di sportivi, significa essere capitano di un’intera comunità di persone uniti dalla stessa passione per la pallacanestro. La Dinamo per me non è solo squadra, è un’enorme famiglia e questo è un orgoglio. Quando ci alleniamo durante la settimana accanto a noi trovi il bambino che gioca, la sua famiglia che resta a vedere, l’istruttore, chi lavora al bar, chi aiuta in magazzino, chi si ferma anche solo a passare il tempo. In quel momento si è tutti sullo stesso livello e parte dello stesso gruppo a cui sento di appartenere per poi ritrovarci in partita, io in campo e loro sostenitori sugli spalti. Un’aggregazione che va oltre il semplice tifo e la semplice partita.

La Dinamo Basket ha una curva di sostenitori importante, presente, rumorosa, gioiosa. Com’è vivere queste emozioni?

E’ qualcosa di magico. Questa tifoseria è senz’altro tra le prime dieci d’Italia per affetto e numeri: noi abbiamo 2000 persone, 1500 se va male dove, in questa categoria, solitamente i sostenitori non sono più di qualche centinaio. Numeri da serie A. Con questo calore io mi sento il loro prolungamento in campo. Mi sento voluto bene, legato da un rapporto di stretta amicizia.     

Qual è lo spazio dedicato all’inclusione ad esempio dei bambini?

Non esiste una separazione fra la squadra e i bambini che vengono a guardarci: neppure il tempo che l’arbitro fischia la fine partita, durante il giro dei saluti al pubblico e un centinaio di bambini corrono in mezzo al campo a tirare palle in canestro. Ma anche i meno giovani: sono tante le persone che vengono a vedere i nostri allenamenti per poi fermarsi a socializzare al vicino bar, è un appuntamento di gruppo, una condivisione di tempo.

E verso gli stranieri?

Nella categoria dove gioca la Dinamo ne puoi avere massimo uno per squadra fermo restando che spesso si parla di impropriamente di stranieri perché ne hanno solo l’origine ma sono a tutti gli effetti Italiani. Nelle categorie superiori dove ho giocato, avere stranieri in squadra è la regola soprattutto Americani e Balcanici. Ci tengo a dire che lo sport è il luogo dove conta di meno la razza o l’etnia dei giocatori perché se sei una brava persona e un buon giocatore davvero non conta altro.

Un ultimo pensiero.

Questo è l’ultimo anno che gioco dopo oltre vent’anni di carriera e con il Presidente sto valutando comunque di restare in questa squadra rivestendo altri ruoli. Mi ha detto: “tu hai un impatto sulla città che nemmeno ti rendi conto” e mi sono imbarazzato e lusingato allo stesso tempo. Quando il tuo Presidente ti riconosce un tributo morale così alto, senti di aver vinto. Non ci sarà dubbio che resterò alla Dinamo, non posso più vivere senza di loro.

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