Il protagonista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino è il presidente della repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo), vedovo, meridionale, penalista, democristiano tetragono e perciò soprannominato “cemento armato”. Sua figlia (Anna Ferzetti), giurista anche lei, lo ha accompagnato lungo tutto il settennato e oltre a occuparsi della salute del padre, lo aiuta ad affrontare due questioni scottanti: la legge sull’eutanasia approvata dal Parlamento («se firmo sono un assassino, se non firmo sono un torturatore», si tormenta De Santis) e due complessi provvedimenti di grazia. A ciò si aggiunge il presunto tradimento che sua moglie consumò quarant’anni prima, e che ancora lo perseguita.
Il rapporto tra l’io e il tempo e tra il potere e la giustizia sono ancora una problema irrisolto per Sorrentino, che ha scritto diversi film con Umberto Contarello incentrati sul tema del tempo o propriamente sulle stagioni della vita: La grande bellezza il film sulla (e della) maturità, È stata la mano di Dio quello sulla fine dell’infanzia, Youth sulla senilità, Parthenope sull’iniziazione alla vita adulta. Il regista ritorna sul rapporto tra padri e figli, sullo scambio generazionale che innerva tutti i suoi film. La grazia, come dice il papa a De Santis in confessione, è un momento di crisi in cui è possibile riconciliarsi con noi stessi e con gli altri. Il presidente, allo scadere del suo mandato, affronta le sue domande (“Di chi sono i nostri giorni?” quella che meglio riassume il film) come un Amleto sui bastioni del Quirinale.
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