Almeno 12 mila morti, in Iran, oggi, ora, in questi giorni, molti di cui donne e con meno di 30 anni, che si erano permessi di protestare contro il loro regime autoritario. Quasi 10 volte di più rispetto a quanti caduti durante le sommosse del 2022 che sono andate sotto il nome del movimento “Donna Vita Libertà” per le quali, in tutta Italia, Enti locali, Regioni ed Associazioni si sono sbracciati per indossare quella bandiera. Striscioni, manifestazioni, spazi mediatici e televisivi. Piaceva quello slogan e non faceva male a nessuno assecondarlo: un posizionamento moralista con tanto consenso e senza rischi.
Oggi invece c’è un silenzio assordante, prudente cautela per qualcosa che, si sa, non sarà senza rischi perché la protesta, in quel Paese, porterà senz’altro a conseguenze belliche con opacità di ruoli.
Allora è meglio che la morale attenda e la protesta sia sottovoce: non striscioni in pubbliche piazze come nel 2022 ma piccoli post sui social, non protocolli fra movimenti iraniani e Amministrazioni ma composte e isolate solidarietà.
Si è gridato allo scandalo per l’assenza dei movimenti femministi di sinistra rei di essere troppo impegnati a pre-accertarsi del tesseramento a loro favore per prendere posizione. Si è gridato allo scandalo per l’assenza dei movimenti femministi di destra (ma esistono?) che, spaiatamente, hanno pronunciato qualche sufficiente parola di lutto. Si è gridato allo scandalo per l’indifferenza generale mediatica e politica.
Quello che traspare allora è che la causa femminile interessi a intermittenza e senz’altro nella misura che sia spendibile. D’altronde ci dev’essere una ragione sottesa se da oltre vent’anni l’Italia è fanalino di coda nel mondo occidentale per l’emancipazione delle proprie donne. Ogni tanto si brinda a qualche 0,01% di miglioramento, si finge di litigare sulle declinazioni lessicali o su misure di parità elettorale spacciandole per “essenziali”: gocce di fiori di bach per guarire una malattia grave e cronica. Così atavica che ci siamo tutti allegramente abituati, la tramandiamo, in tal senso ne educhiamo, abbiamo finito per normalizzarla se non addirittura considerarla essenziale quale colonna di welfare privato a sorreggere quello pubblico che non regge.
Com’è possibile in questa condizione esprimere sincera e coerente solidarietà alle donne iraniane? E’ davvero credibile l’afflizione di una squadra che arriva sistematicamente ultima nel campionato di serie C rivolta ad un’altra messa peggio nei campionati sottostanti?
Perché, se la risposta è affermativa, se davvero chi fa poco può indignarsi per chi fa pochissimo, allora significa che esiste un limite, una red line sottaciuta ma reale, concreta, vera, sotto la quale la discriminazione di genere è violenza inaccettabile ma sopra la quale è violenza tollerabile.
E se è così, vorrei che qualcuno si prendesse la briga di spiegarcene.
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