Francesco Borgomeo, Imprenditore laziale nel settore della manifattura ceramica, è impegnato da sempre come punto di riferimento di Confindustria nel Lazio. È inoltre Presidente del Comitato scientifico di AEPI, associazione nazionale di microimprese, professionisti e piccole imprese, che rappresenta oltre 200.000 associati e entra a far parte del Comitato nazionale per il Sì.
Perché sostiene con convinzione il referendum sulla separazione delle carriere?
«Perché ho passato la vita nelle imprese, nella riconversione industriale, nell’attrazione di investimenti. E in tutti questi anni ho visto una cosa semplice: una giustizia che non funziona è un dramma. La giustizia è il primo fattore di competitività di un Paese e delle sue aziende. Se non dà risposte, se non è efficiente, danneggia la crescita, scoraggia gli investimenti, mette in crisi le comunità che vivono intorno all’impresa: falliscono aziende, saltano posti di lavoro, si blocca la crescita».
Veniamo al tema del conflitto di interessi. Nelle imprese lo si regolamenta in ogni modo. Non è un conflitto di interessi anche quello tra magistrato che indaga e magistrato che giudica, se appartengono alla stessa carriera?
«Per qualunque cittadino è evidente. Nel mondo dell’impresa noi pretendiamo arbitri che facciano gli arbitri e giocatori che facciano i giocatori. Nella giustizia, invece, spesso troviamo l’attaccante che nel secondo tempo diventa arbitro. E magari finisce nello stesso spogliatoio con chi prima giocava con lui. Non funziona. È un’anomalia che tutti vedono».
Lei insiste molto sul tema della selezione della classe dirigente.
«Perché è il cuore del problema. Oggi in Italia non scegliamo più i migliori: non all’università, non nella sanità, non nelle grandi imprese pubbliche. Le scelte avvengono per appartenenza, per fedeltà al capo, per disponibilità a obbedire. Questo rovina tutto. E nella giustizia è ancora più grave: è uno dei mondi più delicati che esistano, e non può essere dominato da correnti e gruppi di potere».
Sta dicendo che molti magistrati bravi vengono tenuti fuori?
«Certo. Conosco magistrati straordinari che non possono sedersi al tavolo perché sono uomini liberi. Gli uomini liberi non sono graditi. Per fare carriera devi piegarti, devi accettare compromessi. Questo sistema espelle il merito. E distrugge la fiducia».
Da qui la sua posizione sul sorteggio.
«Io non dico che sia la soluzione definitiva. Dico che è la presa d’atto che oggi non siamo in grado di selezionare la classe dirigente. Il sorteggio garantisce almeno una cosa: che emergeranno persone più libere rispetto a quelle scelte da una corrente. E per noi libertà, indipendenza e autonomia sono essenziali. Vogliamo magistrati liberi, non affiliati».
Lei parla anche di responsabilità e di sanzioni. Quanto è diffuso, nel mondo dell’impresa, l’impatto della “mala giustizia”?
«Purtroppo è diffuso. La mala sanità e la mala giustizia ammazzano le persone e anche le aziende. Qualunque funzionario può sbagliare, ma un conto è sbagliare una pratica burocratica, un altro è sbagliare in un procedimento che può determinare la vita o la morte di un’impresa. E oggi chi sbaglia nella giustizia non paga quasi mai. Questo fa rabbrividire».
Lei insiste su un punto chiave: premialità e responsabilità.
«È così che una giustizia diventa sana. Se un magistrato è bravo e risolve un carico enorme di lavoro, deve essere premiato. Se non lavora, non può avere scatti di carriera. È semplice meritocrazia. Così funziona nelle aziende, così deve funzionare anche nella giustizia».
Secondo lei il referendum può avere un impatto che va oltre la giustizia?
«Assolutamente sì. Può dare un segnale a tutto il sistema pubblico: professori universitari, medici, dirigenti. Serve competizione, serve scegliere i migliori. Oggi invece scegliamo i più fedeli, quelli che rispondono. Ma così fai la serie D, non la Champions League. È un suicidio nazionale».
