Cambia la rotta dell’export italiano, la bilancia pende su Africa e Asia

L’Italia è una superpotenza globale dell’esportazione di beni. È un dato di fatto strutturale: la nostra manifattura, saldamente la seconda in Europa, vive, respira e prospera grazie alla sua capillare capacità di conquistare i mercati internazionali.

Tuttavia, per difendere questo primato e traguardare l’ambizioso obiettivo strategico dei 700 miliardi di euro di export, il sistema-Paese deve prendere atto fin da subito di un ribaltamento geopolitico: l’Occidente frena, il Sud del mondo corre. L’illusione di una bilancia commerciale trainata in eterno dal solo motore euro-atlantico si sta infrangendo contro le opportunità espresse dai mercati emergenti. L’Europa e il Nord America, pur restando approdi fondamentali per il nostro business, registrano un aumento dei rischi legati alla saturazione dei mercati e ai nuovi dazi commerciali. La vera crescita, oggi, si costruisce altrove.

In un contesto globale che ha mostrato una resilienza superiore alle attese — con gli scambi internazionali di beni balzati quasi del 5% nel 2025 e previsti in crescita media del 2,3% nel triennio 2026-2028 — la geografia della nostra ricchezza sta mutando. Osservando la distribuzione delle variazioni percentuali delle nostre vendite, i mercati storici occidentali appaiono più lenti, segnati dal protezionismo o dalla saturazione. Al contrario, la mappa evidenzia una nuova, solida direttrice geoeconomica: il Mediterraneo allargato, il continente africano e il Sud-Est Asiatico. Come teorizza il politologo Parag Khanna nel suo saggio Connectography, nel ventunesimo secolo le reti di approvvigionamento e i corridoi commerciali determinano i destini delle nazioni molto più dei tradizionali confini politici. Chi non si connette ai nuovi hub emergenti è inevitabilmente destinato al declino.

I dati SACE (Servizi assicurativi e finanziari per le imprese) confermano questa tesi, indicando un’espansione delle esportazioni italiane proprio nel cuore del Mediterraneo allargato, divenuto non a caso l’asse portante della nostra dottrina di politica estera. Il Medio Oriente rappresenta oggi il caso di studio più emblematico di questa nuova complessità. La regione è attraversata da una drammatica faglia: da un lato l’escalation bellica, con il coinvolgimento dell’Iran e i conflitti che destabilizzano diverse aree; dall’altro, la presenza di economie che accelerano la propria transizione proprio per blindarsi dall’instabilità. In questo scenario polarizzato, la crescita è trainata dai Paesi del Golfo: gli Emirati Arabi Uniti si consolidano come un hub strategico irrinunciabile per chi guarda ad Asia e Africa, mentre l’Arabia Saudita, spinta dagli investimenti del programma Vision 2030, sta assorbendo le nostre eccellenze nell’ingegneria, nelle costruzioni e nell’energia. Una dinamica espansiva significativa investe anche la Turchia che, pur essendo il nostro principale concorrente geopolitico nell’area, continua ad alimentare piani infrastrutturali e industriali che richiedono le nostre produzioni ad alto valore aggiunto e le nostre tecnologie per la transizione verde.

Scendendo verso Sud, troviamo il continente demograficamente ed economicamente decisivo del secolo: l’Africa. I tassi di crescita dell’export italiano in quest’area mostrano i primi tangibili dividendi di una precisa strategia istituzionale. Il Piano Mattei agisce in questo contesto non come mera cornice di aiuti, ma come un catalizzatore di nuove opportunità per le imprese. Si tratta di posizionare i nostri campioni nazionali all’interno dei grandi corridoi infrastrutturali del futuro, come il Corridoio di Lobito in Angola, intercettando le prospettive di sviluppo che spaziano dalle infrastrutture in Egitto alle rinnovabili in Marocco. Questa necessità di proiezione esterna spiega e legittima la recente, pragmatica evoluzione della Farnesina: il Ministero degli Affari Esteri si è trasformato nel vero dicastero dell’internazionalizzazione economica, allineando la diplomazia all’esigenza di proteggere e spingere le nostre merci nei mercati di frontiera.

Spingendo infine lo sguardo a Est, l’Asia si conferma un perno interessante. I Paesi dell’Asean — in particolare Vietnam, Malesia, Tailandia e Filippine — offrono nuove direttrici commerciali, guidate dall’espansione di una classe media dotata di un crescente potere d’acquisto. Eppure, di fronte a questa faglia economica che si spalanca, il nostro tessuto produttivo sconta ancora una vulnerabilità strutturale. Secondo l’analisi di SACE, oggi ben il 45% delle imprese italiane esporta i propri prodotti in un solo mercato estero. Si tratta di una concentrazione anacronistica che aumenta sensibilmente l’esposizione a shock localizzati, rendendo le nostre PMI estremamente vulnerabili di fronte a improvvisi cambi normativi, tensioni geopolitiche o frenate macroeconomiche.

Diversificare non è più un’opzione accademica, ma un imperativo categorico per la sopravvivenza commerciale. Per decenni abbiamo vissuto l’illusione di poter prosperare vendendo unicamente nella nostra comfort zone occidentale. I mutamenti del contesto internazionale spazzano via questa rendita di posizione. Il baricentro globale si è spostato, e l’Italia ha le risorse industriali e l’appoggio istituzionale per riposizionarsi con successo. Sta a noi decidere se usare appieno la nostra forza di potenza esportatrice per cavalcare i mercati che crescono, o subire passivamente le trasformazioni in atto.