Dinanzi al progetto meloniano di elezione diretta del presidente del Consiglio, il callido Dario aveva ammonito Elly: “Noi non possiamo dire solo no”. Franceschini, azionista plus del Pd, si preoccupava della terricola difesa dell’esistente da parte della sua leader; avere una controproposta “cool”, con la quale sedersi a un tavolo con Giorgia Meloni, avrebbe dato primazia al Pd, cucendo addosso alla Schlein il ruolo di pari della premier. Ma lei non lo ha ascoltato e così ha trascinato tutto il polo progressista a un “no” netto e chiuso al premierato, senza un’idea di mediazione o di credibile alternativa.
La ricetta della sinistra era e resta: lasciamo le cose come stanno. Ma poteva – o può? – esserci sulla “rive gauche” una proposta di cambiamento tale da “affascinare” il centrodestra o da metterlo in difficoltà? Per me, sì; ma né il Pd, ancor meno il M5S, l’hanno avanzata: è il cancellierato alla tedesca; che – nell’ottica del centrosinistra – conseguirebbe un primissimo risultato: il cancellierato, uguale o simile a quello previsto dalla “Grundgesetz”, la Legge Fondamentale adottata nel 1949, lascerebbe inalterata la forma di governo parlamentare; e quindi l’Italia non passerebbe al campo dei sistemi presidenziali, perché il Cancelliere è eletto dal Parlamento, che recepisce il risultato elettorale.
In fondo, sarebbe il massimo politico-simbolico che la sinistra potrebbe guadagnare e che Giorgia Meloni con la sua coalizione potrebbe concedere. Da parte sua la Meloni, sull’idea forte del “Kanzler”, acquisirebbe il profilo di leader riformatore, aperto alla condivisione con l’opposizione, la quale sarebbe messa con le spalle al muro di un inattuale “controriformismo istituzionale”; così la premier potrebbe portare a casa una riforma non coincidente con l’ispirazione presidenzialista della propria tradizione politica, ma eviterebbe un referendum, non meno acceso di quello che in primavera sarà celebrato sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Nel merito, il cancellierato porta a una revisione profonda della forma di governo, che non oltrepassa il carattere parlamentare della nostra Repubblica, ma di certo esalta la preminenza del presidente del Consiglio, dotandolo delle marcate attribuzioni previste dall’ordinamento tedesco che oggi la Costituzione italiana nega agli inquilini di Palazzo Chigi: dal potere sostanziale di nomina ma anche di revoca dei ministri, allo status di capo supremo delle Forze Armate che oggi è riservato al presidente della Repubblica; e soprattutto al rapporto di fiducia che sussiste esclusivamente fra il cancelliere e il Parlamento, alla sfiducia costruttiva come strada di stabilità e trasparenza, in caso di crisi di governo.
Sono da evidenziare anche le possibilità offerte dallo “stato di emergenza legislativa” che, nella Carta tedesca, conferisce poteri normativi straordinari all’esecutivo. Il cancellierato sarebbe stato, insomma, una carta che la sinistra avrebbe potuto giocare al tavolo delle riforme, come replica alla scelta popolare del capo del governo. Ovvio: l’Italia non è la Germania, dove il bacino progressista è più asfittico del “campo largo” nostrano e cresce con una progressione impressionante una destra radicale, rappresentata da Afd, che oggi ha poche affinità con la destra italiana. Infatti Berlino ha dovuto ricorrere, per anni e tuttora, alle “Grosse Koalition”, con partner principali i “rivali” popolari e socialisti.
La proposta di cancellierato sarebbe respinta da Giorgia Meloni? O sarebbe il terreno di un compromesso alto, animato da autentico spirito repubblicano, che forse lo stesso Quirinale favorirebbe esercitando una discreta moral suasion? Non possiamo saperlo. Né sappiamo se ormai sia tardi. Certo, anche la destra dovrà fare una riflessione: i sistemi di elezione diretta, come dimostrano le competizioni per la scelta di sindaci e governatori, non diminuiscono l’astensionismo. E non garantiscono la governabilità: il caos politico che agita la Francia lo dimostra.
Poi, la possibilità di avere sulla “rive droite”, nella prossima legislatura, la prima figura di guida istituzionale “potente” – nel senso indicato da Max Weber – può rappresentare un indubbio fattore di attrazione. Il che, naturalmente, vale pure per la sinistra. Anche per questo, è necessario favorire il recupero della “suggestione tedesca” e di un auspicabile dialogo bipartisan nel cantiere della nuova legge elettorale che aprirà nelle prossime settimane. Intanto. E dopo, chissà.
