La legge penitenziaria compie cinquanta anni. Il regolamento di esecuzione ne compie venticinque. Un percorso lungo, e non esente da contraddizioni, in cui di certo il mondo dell’esecuzione penale ha imparato a conoscere il prezioso contributo che alla risocializzazione degli autori di reato possono dare le misure alternative alla detenzione. Il tempo delle pene è importante, perché non è neutro l’effetto che si produce su chi vi è sottoposto. Il tempo trascorso in carcere, che resta comunque un luogo di sofferenza, assume un significato diverso a seconda di come è vissuto. Se è sprecato in un contesto degradato e povero di umanità e di opportunità di crescita, rischierà di tradursi in un orizzonte chiuso ad un futuro di cambiamento, e rinforzerà in chi lo vive un senso, magari già sperimentato, di isolamento, di rabbia e di rancore. Se costituisce l’occasione per una migliore comprensione di sé, per fare i conti con ciò che è andato per il verso sbagliato, con i drammi di cui si è stati responsabili, e per provare a cercare chiavi nuove per decodificare le proprie, per quanto esigue, opportunità di futuro, allora può contribuire seriamente all’evoluzione della persona condannata e a ridurre, sensibilmente, il pericolo per la sicurezza della collettività.
L’importanza delle misure alternative
A quel punto possono utilmente innestarsi le misure alternative alla detenzione, quale forma efficace di “convalescenza sociale”, con le parole di Glauco Giostra, un accompagnamento della persona al rientro in comunità, mediante prescrizioni impeditive, ma soprattutto contatti significativi con i servizi sociali e con le altre agenzie territoriali in grado di indirizzare e sostenere lo sforzo di ritorno alla libertà di chi ha quote di pena che progressivamente si approssimano al suo termine. È il tempo per la costruzione di un “Fuori”, per utilizzare il suggestivo titolo del film di Martone sull’esperienza detentiva di Goliarda Sapienza, che non riproduca il peggio di quanto vissuto “dentro”, ma davvero si faccia esperienza in grado di rinforzare i propositi positivi di chi vuole riprendere in mano la propria vita.
Come far funzionare le misure alternative
Perché simili strumenti funzionino davvero, occorre che le misure alternative alla detenzione, quando riferite a persone che hanno intrapreso l’esecuzione penale in carcere, siano concesse, in modo prudente e informato mediante una ampia istruttoria, all’esito di percorsi di osservazione seri, da parte della magistratura di sorveglianza. Suo è il compito, assegnatole dalla legge, di decidere avendo in mente la fotografia dei reati commessi dall’interessato, come punto di partenza della sua indagine, da mettere poi a confronto con l’evoluzione personale compiuta.
La garanzia della revoca
Occorre essere aperti a stimolare, e poi cogliere, i segnali di cambiamento, a valorizzare i punti di forza, a puntellare le criticità con sostegni proporzionati. C’è un tempo giusto, anche se difficile da individuare, come ha ben saputo scrivere Elvio Fassone. E poi potrebbe essere tardi. A monte è quindi essenziale una osservazione individualizzata, che richiede risorse umane ed una quotidianità penitenziaria ricca di opportunità, e non invece sterilmente chiusa al perimetro asfittico delle camere detentive. A valle della concessione non deve venir meno l’attenzione alle difficoltà che possono emergere, e perciò ancora una volta serve lo sguardo degli Uffici esecuzione penale esterna, e delle forze dell’ordine, perché le misure alternative sono prove sul territorio, e quando emerge che non procedono nel rispetto degli obiettivi risocializzanti che ci si è prefissi, possono, e devono, essere revocate. Il sovraffollamento drammatico, che oggi affligge il mondo penitenziario, è un ostacolo gravoso alla costruzione di questi percorsi, prosciuga le risorse dell’amministrazione nella gestione dell’emergenza alloggiativa, favorisce un contesto intramurario fatto di tensioni, di spazi angusti e non opportunamente mantenuti, riduce i contatti delle persone detenute con gli operatori e le allontana, spesso, dai nuclei familiari e dai centri di interesse sociale, che costituiscono il volàno per immaginare un futuro di ritorno in società. Si creano “desertificazione affettiva”, degrado, violazioni di diritti, carenza di percorsi educativi e lavorativi, reati ulteriori, maturati in un contesto carcerario che si fa scenario di nuova criminalità, si genera una vera e propria dispnea… di futuro.
Contrastare il sovraffollamento
Secondo le fonti sovranazionali, le misure alternative alla detenzione sono un valido strumento di contrasto al sovraffollamento carcerario, ed hanno soprattutto un risultato premiante, dal punto di vista statistico, rispetto al pericolo di recidiva nel reato, altrimenti estremamente probabile, in chi non ha avuto l’occasione di sperimentarle. Tuttavia, occorre essere consapevoli che il pur lodevole obiettivo di ridurre le presenze in carcere, non può costituire la sola ragione per concederne. La loro efficacia è direttamente proporzionata alla serietà con cui si è costruito il progetto di reinserimento su cui si basano, alla motivazione che la persona detenuta è pronta a metterci e alla fiducia che le istituzioni devono concedere a chi voglia intraprendere il cammino.
Esiste il rischio che una misura non vada come sperato, anche quando, come doveroso, si è adoperata la massima attenzione nella valutazione degli elementi a disposizione. Occorre essere consapevoli che questa assunzione di rischio è una scelta dell’ordinamento, connaturata ai giudizi prognostici che sono necessari, e dettata da una precisa logica, lungimirante, che tiene conto della grande efficacia delle misure alternative nella stragrande maggioranza dei casi.
