L’escalation nel Golfo e il rialzo dei prezzi energetici riportano al centro il tema della sicurezza economica e della competitività del sistema produttivo. «La riforma fiscale non è più un elenco di buone intenzioni», osserva Ylenja Lucaselli, deputata di Fratelli d’Italia e membro della commissione Bilancio, indicando tra le priorità meno tasse distorsive, più semplificazione e un contesto favorevole agli investimenti.
L’escalation militare nel Golfo sta facendo salire petrolio e gas. Quali strumenti può usare il Governo per limitare l’impatto su famiglie e imprese?
«Quando crescono le tensioni nel Golfo, per un Paese manifatturiero come l’Italia il rischio è triplice: aumento dei costi di produzione, minore potere d’acquisto delle famiglie e pressione sui conti pubblici. Il Governo è già intervenuto con il decreto Bollette, destinando risorse per alleggerire i costi energetici di famiglie e imprese, soprattutto per i soggetti più fragili e i settori energivori. Parallelamente si lavora per contrastare eventuali speculazioni sui prezzi: Arera è stata chiamata a rafforzare la vigilanza sui mercati energetici e l’Italia sostiene in Europa una revisione del sistema ETS, per evitare che dinamiche finanziarie sui permessi di emissione amplifichino gli aumenti legati alla crisi del gas».
A proposito di famiglie, il mercato energetico italiano sta vedendo l’ingresso di nuovi operatori. Questo processo di apertura richiederà anche un aggiornamento delle regole sulla concorrenza e a tutela dei consumatori?
«L’apertura del mercato energetico è un processo inevitabile e, se governato bene, positivo. Il punto è evitare che la liberalizzazione si traduca in un oligopolio di fatto e in offerte incomprensibili per i cittadini. Per noi liberalizzare significa aumentare la concorrenza vera, facilitare l’ingresso di nuovi operatori e la mobilità dei clienti, garantendo al contempo regole chiare su trasparenza, contratti e variazioni di prezzo. Servirà sicuramente un aggiornamento delle norme sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori, necessario per evitare che la fine del mercato tutelato diventi un salto nel buio invece che un’opportunità di risparmio e di qualità dei servizi».
Si è parlato di limitare pratiche commerciali come la “retention” verso i clienti che cambiano fornitore. Il decreto Bollette può essere lo strumento giusto?
«Un mercato è davvero libero solo se i clienti possono cambiare fornitore facilmente e senza pressioni. La “retention” diventa problematica quando ostacola la libertà di scelta con offerte poco trasparenti o costi poco chiari. Il decreto Bollette può essere lo strumento adatto per intervenire: nel passaggio parlamentare si possono rafforzare la trasparenza delle offerte, semplificare il cambio di fornitore e limitare le pratiche più aggressive. L’obiettivo non è penalizzare gli operatori, ma favorire la concorrenza su prezzo e qualità, rendendo il mercato energetico più aperto e trasparente».
Accanto al tema energetico resta centrale la competitività del sistema produttivo. Su quali priorità si concentra il nuovo decreto fiscale a cui lavora il Governo?
«La linea indicata dal viceministro Leo è chiara: il 2026 deve essere l’anno decisivo per completare la riforma fiscale, con risorse certe e senza ricorrere al deficit. Il nuovo provvedimento sarà un decreto “omnibus” di attuazione della delega, con l’obiettivo di razionalizzare il sistema: dal Testo Unico delle imposte sui redditi alla revisione di alcuni strumenti fiscali e agli adempimenti per le imprese. Le priorità restano tre: semplificazione reale, riduzione del carico su redditi medio-bassi e imprese che investono, e maggiore certezza del diritto. L’obiettivo è un fisco più semplice e leggibile, capace di sostenere la crescita e la competitività del sistema produttivo».
L’Italia ha uno dei regimi fiscali meno favorevoli per le auto aziendali in Europa. Il nuovo decreto fiscale può essere l’occasione per rivedere questo sistema?
«La fiscalità dell’auto aziendale è uno dei temi su cui imprese e associazioni chiedono un intervento, anche alla luce della transizione green. Negli ultimi anni, politiche ambientali troppo ideologiche, con obiettivi irrealistici, hanno messo in difficoltà l’automotive e l’indotto. La transizione è necessaria, ma deve essere graduale e sostenibile. Continuare a considerare l’auto aziendale solo come un benefit da colpire fiscalmente è miope: per molte imprese è uno strumento di lavoro essenziale. Il nuovo intervento fiscale può quindi riportare equilibrio, favorendo il rinnovo del parco veicoli e sostenendo la competitività senza trasformare la transizione ecologica in un aumento di tasse».
L’attuazione della delega fiscale è uno dei pilastri dell’azione economica del Governo. A che punto siamo e quali interventi restano da completare?
«La riforma fiscale è già in fase avanzata: sono stati approvati sedici decreti legislativi e cinque Testi unici, con una riduzione stimata delle tasse di circa 21 miliardi tra il 2025 e il 2026, soprattutto per redditi bassi e ceto medio. Il Parlamento ha inoltre prorogato al 29 agosto 2026 il termine della delega per consentire di completare il lavoro con decreti correttivi e di coordinamento. I prossimi passaggi riguardano il decreto omnibus di completamento, il perfezionamento dei testi unici e interventi su ambiti specifici come giochi, tributi locali e giustizia tributaria. L’obiettivo è arrivare a fine legislatura con un sistema fiscale più semplice, con meno adempimenti e un rapporto più collaborativo tra fisco e contribuenti».
Il decreto Pnrr semplifica la realizzazione delle reti di telecomunicazioni. Durante la conversione potranno arrivare altre misure a sostegno degli investimenti?
«Le telecomunicazioni sono decisive per la competitività del Paese. Il decreto Pnrr ha già introdotto semplificazioni per accelerare la posa delle reti e l’uso dei fondi europei, ma il settore resta sotto pressione per gli investimenti su fibra, 5G e sicurezza. In Parlamento si potranno valutare interventi per sostenere gli investimenti, soprattutto nelle aree a fallimento di mercato, semplificare le autorizzazioni e rafforzare la sicurezza delle infrastrutture digitali, favorendo così servizi più affidabili per cittadini e imprese».
Guardando ai prossimi anni, quanto saranno decisive le infrastrutture digitali per la competitività dell’economia italiana e quali politiche dovrebbero avere la priorità?
«La qualità delle infrastrutture digitali determinerà la posizione dell’Italia nelle catene globali del valore. Senza reti veloci, data center adeguati e sicurezza dei dati, industria 4.0 e servizi avanzati restano obiettivi difficili da raggiungere. Le priorità sono tre: completare rapidamente fibra e 5G superando gli ostacoli burocratici, sostenere la digitalizzazione delle PMI con incentivi stabili e rafforzare la cyber-sicurezza delle reti e dei servizi pubblici. Insieme a un fisco più semplice e a un mercato energetico più competitivo, infrastrutture digitali moderne possono rendere il Paese più attrattivo per investimenti e lavoro».
La legge di bilancio 2027 sarà l’ultima della legislatura. Quale obiettivo economico dovrebbe rappresentarne il punto di arrivo?
«La manovra 2027 dovrà consolidare i risultati di questi anni. Da un lato il completamento della riforma fiscale, con testi unici operativi, meno pressione su famiglie e imprese e passi avanti nel superamento dell’IRAP; dall’altro il rafforzamento delle politiche su energia e digitale, per un sistema produttivo con costi più sostenibili e infrastrutture moderne. L’obiettivo è chiudere la stagione delle riforme con meno tasse distorsive, più semplificazione e maggiori investimenti, in linea con la visione economica proposta da Giorgia Meloni e da Fratelli d’Italia».
