Davanti al Colosseo, un gladiatore impugna una bandiera. Recita: “Open Internet”. E la agita mentre combatte contro un gruppo di italiani in giacca e cravatta. Il Ceo di Cloudflare, Matthew Prince, si è rappresentato così nell’immagine artificiale postata su X insieme a una filippica destinata all’Agcom. Recentemente la nostra Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha deciso di multare per oltre 14 milioni di euro la società americana Cloudflare. Un noto intermediario di rete globale finito nel mirino dell’Autorità per non aver ottemperato all’ordine sul blocco di domini e indirizzi Ip appartenenti a siti pirata e per non aver collaborato con la piattaforma Agcom Piracy Shield.
Così, un operatore di infrastrutture di rete viene multato per non aver eseguito un compito che non gli spettava. Francesco Clementi, ordinario di diritto pubblico e comparato presso l’Università La Sapienza, spiega perché questo rischia di diventare un pericoloso precedente.
Nel suo post su X, il Ceo di Cloudflare, Matthew Prince, ha giurato battaglia ad Agcom e al suo Piracy Shield. Si tratta di una controversia giuridica rilevante…
«È una questione che evidenzia un elemento interessante: se è possibile immaginare di avere un intervento legislativo di Agcom che abbia a che fare con una società multinazionale che però svolge per internet una funzione infrastrutturale e neutrale. Noi possiamo considerare un soggetto che riveste un simile ruolo come un soggetto di parte? La tesi dell’Agcom afferma che i siti pirata debbano essere spenti anche da parte di Cloudflare. L’Italia è un modello democratico, ma se al posto nostro fosse un Paese dittatoriale a fare la stessa richiesta, come ci dovremmo comportare? Probabilmente ci opporremmo e grideremmo a un attentato alla libertà».
Quindi la legge 93/2023 è da rivedere?
«La legge rende tutti colpevoli anche chi svolge un ruolo di intermediario. Penso che questo sia un eccesso, sbilanciato rispetto all’equilibrio che deve essere mantenuto. Questa decisione, indotta dalla legge, fa di tutta l’erba un fascio. Ma l’obiettivo è distinguere».
C’è spazio, dal punto di vista normativo, per un compromesso tra le parti?
«Assolutamente si. Sono sicuro che una soluzione meno rigida e ruvida sia possibile. È nell’interesse della stessa Agcom, dato che il suo obiettivo resta combattere la pirateria. Il rischio però è di buttare via il bambino con l’acqua sporca perché siamo incapaci, sulla base di una normativa fatta dal nostro parlamento, di trovare una soluzione più equilibrata rispetto a soggetti come Cloudflare che ricoprono una posizione di servizio e non di parte».
La stessa Unione Europea aveva ravvisato nel Piracy Shield il pericolo di un blocco di massa (overblocking) nei confronti di siti leciti. Cosa deve fare l’Italia per migliorare questo strumento?
«Stiamo cercando di tagliare un piccolo nodo con un’accetta invece che con un bisturi. Dobbiamo provare a risolvere la lotta alla pirateria con le armi della democrazia: la capacità di distinguere chi fa che cosa. La legge ha bisogno di un bilanciamento migliore di quello che ha trovato».
A sostegno del presidente di Cloudflare troviamo Elon Musk. In questi giorni Starlink sta svolgendo un ruolo cruciale nel supporto ai dissidenti iraniani contro il blackout imposto da Khomeini
«I grandi giganti del tech stanno ponendo una domanda: nel loro operare da privati, hanno anche una responsabilità pubblica? Se pensiamo a quanto fatto da Starlink in Ucraina prima e in Iran adesso, evidentemente ce l’hanno, perché possiedono una dimensione di scala e di potenza globale. Questa dinamica deve essere esplicitata e regolamentata a livello internazionale. Se Elon Musk svolge una funzione pubblica, gli va riconosciuto. L’ordinamento pubblico delle democrazie, come nel caso di Cloudflare, deve saper distinguere quando esercita funzioni pubblicistiche e quando privatistiche. Il fatto che la legge non lo distingua pone un problema di bilanciamento».
Dalle incertezze passiamo ai punti fermi. Ormai è ufficiale: il 22 e il 23 marzo si torna alle urne per il referendum. Quanto è importante per il nostro sistema giudiziario?
«È una priorità che il governo ha indicato, attraverso l’approvazione del testo. Il referendum che è stato proposto testimonia la stessa cosa. È il fatto politico che determina che quello giuridico diventi una priorità. Sull’ultimo dibattito, l’articolo 15 della legge 352 del 1970 (la legge istitutiva del referendum) è suscettibile di più interpretazioni. Il governo ne ha scelta una e scopriremo se sarà quella giudicata come più coerente».
Il governo accelera anche sulla legge elettorale, come rimarcato recentemente da Meloni. Eliminazione dei collegi uninominali e premio di maggioranza a chi raggiunge il 40%. Quale scenario si profila?
«Quello che abbiamo di fronte è un obiettivo dichiarato in modo molto esplicito. Tanto il governo, quanto l’opposizione hanno come obiettivo quello di evitare che dopo il voto non ci sia la possibilità di formare un governo stabile. Se si discute di legge elettorale si deve discutere per evitare che ci sia un pareggio o uno stallo tra maggioranza e opposizione. Penso che entrambe le parti non possano che convenire che lo stallo non giova a nessuno».
