Caso Vannacci, il centrodestra perde voti e riapre il dibattito sulla legge elettorale

Foto LaPresse - Stefano Porta 04/03/2018 Milano ( Mi ) Cronaca Elezioni e operazioni di voto ai seggi di Piazza Leonardo Da Vinci Elezioni 4 Marzo: Seggi aperti a Milano Nella Foto l'urna

La decisione del Generale Vannacci di fondare un nuovo partito, che si andrà a collocare all’esterno dell’attuale coalizione di maggioranza di centrodestra – per l’opposizione fin d’ora ovviamente espressa da Salvini – rischia di avere effetti a cascata non solo sul quadro politico ma anche e soprattutto sulle proposte di riforme elettorali e costituzionali.

Cerco di spiegare. Com’è noto, nei sistemi maggioritari, in cui vince chi prende più voti, la prima condizione per vincere è presentarsi uniti, cercando di allearsi con le forze politiche che presentano un programma politico non troppo distante e incompatibile rispetto al proprio. Ciò vale sia quando si tratti di assegnare i seggi nei collegi uninominali, di eleggere il vertice dell’esecutivo (oggi i sindaci e i presidenti di Regione o – come si vorrebbe – il presidente del Consiglio) o di assegnare domani il premio di maggioranza alla coalizione elettorale vincente.

Quando tale fronte comune non si realizza o si spezza, son dolori. Così, nelle elezioni politiche del 1996, la decisione della Lega Nord di Bossi di correre da sola, non entrando nel Polo per le Libertà guidato da Berlusconi, fu una delle cause della vittoria de L’Ulivo guidato da Prodi. Analogamente, per venire ai nostri giorni, è notorio che la non alleanza tra Pd e M5S nelle politiche del 2022 ha permesso alla coalizione di centrodestra di conquistare la gran parte dei collegi uninominali, decisivi ai fini della conquista della maggioranza parlamentare. La scissione a destra di Vannacci, quindi, oggettivamente indebolisce la coalizione di governo e potrebbe (inaspettatamente?) riaprire i giochi, indipendentemente dalla fortuna elettorale del nuovo partito perché – rovesciando il ragionamento di cui sopra – perdere anche un solo voto potrebbe ribaltare l’esito della competizione maggioritaria, tanto più se – per effetto indotto – la prospettiva della vittoria nelle prossime politiche potrebbe spingere il centrosinistra a coalizzarsi, superando le attuali sensibili differenze.

Come riuscire ad evitare simili contraccolpi?

È noto che, anche in funzione dell’obiettivo di assicurare al presidente del Consiglio eletto una maggioranza parlamentare favorevole, l’attuale maggioranza stia pensando a reintrodurre il premio di maggioranza (una Calderoli 2.0) da attribuire alla coalizione che raggiunga una percentuale minima di voti (40-42%) per evitare una nuova bocciatura da parte della Corte costituzionale. La defezione di Vannacci mette in discussione tale proposta perché potrebbe, come detto, sottrarre voti decisivi al centrodestra. Ma c’è anche un altro problema: la soglia di sbarramento.

Fissare tale asticella in alto potrebbe per un verso penalizzare Vannacci ma anche Azione di Calenda, il cui approccio pragmatico potrebbe tornare a tutti utile; per altro verso, risultare irragionevolmente penalizzante per le forze non coalizzate rispetto invece a quelle coalizzate (ad esempio Noi Moderati di Lupi) che potrebbero beneficiare di contro di una soglia estremamente bassa. Come si vede, dunque, i giochi sono aperti. E non è detto che dal male non possa discendere un bene, e cioè la rinuncia ad eccessive distorsioni e disproporzionalità dell’effettiva consistenza elettorale dei partiti politici, tanto più in tempi di crescente astensionismo.