L’Operation Absolute Resolve del 3 gennaio 2026 è consistita in raid mirati contro installazioni militari venezuelane al servizio del regime, con l’obiettivo di agevolare la cattura di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti per rispondere ad accuse di narcotraffico e narcoterrorismo. Non si è trattato di un’azione volta a colpire i cittadini, né di un’occupazione del territorio o di un cambio di regime imposto dall’esterno. Infatti la vice di Maduro è ancora, più o meno, al potere. Eppure molti governi l’hanno definita una violazione della sovranità venezuelana. Sarebbe vero se Maduro fosse stato un presidente legittimo o se gli Stati Uniti avessero invaso e occupato il Paese.
Tecnicamente, la Carta dell’Onu vieta l’uso della forza senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o senza necessità di autodifesa immediata. Tuttavia, la legalità formale non esaurisce la questione della legittimità sostanziale. Qui non c’è stata aggressione contro il Paese: c’è stato l’arresto di un capo mafia accusato di aver trasformato il Venezuela in un narco-hub e di aver governato attraverso repressione, torture e fame. L’intervento, richiesto anche da un’opposizione legittimamente eletta, ha riaperto una prospettiva di libertà per i venezuelani.
Si obietta che il diritto internazionale vieta comunque l’uso della forza, ed è vero. Tuttavia, negli ultimi vent’anni quel divieto è stato violato più volte: l’Iraq nel 2003; la Georgia nel 2008; la Libia nel 2011; la Crimea nel 2014; lo Yemen dal 2015; le operazioni turche nel nord della Siria; l’uccisione di Soleimani nel 2020; e l’aggressione russa all’Ucraina nel 2022. Secondo quel diritto, anche Israele non poteva difendersi come ha fatto. In molti di questi casi non si è liberato nessun popolo, ma si è solo alimentato il caos. In Venezuela, invece, l’obiettivo dichiarato è condurre il Paese verso la democrazia. Il presidente eletto Edmundo González Urrutia, unico legittimo rappresentante del Venezuela, dovrebbe guidare la transizione politica dopo l’amministrazione temporanea americana. Se tutto si riducesse a un accordo petrolifero, l’operazione perderebbe ogni legittimità morale e sostanziale; ma non sarà così se aprirà la strada a una vera democrazia. Le modalità sono sicuramente discutibili, ma lo era anche il fatto che Cina, Iran, Cuba e Russia stessero tenendo in piedi il dittatore da tempo. Ingerendo non poco.
Resta il nodo centrale: il diritto internazionale che regola l’uso della forza appare oggi inefficace. Se resta immobile, smette di valere. Serve una grande riforma dell’Onu che definisca in modo chiaro quando e come si può usare la forza contro minacce globali reali: terrorismo, narcotraffico, proliferazione nucleare e chimica, AI e cyber-intelligence, reti criminali transnazionali. Quando uno Stato si fonde con il crimine, diventa un pericolo per tutti, al netto della sua natura democratica o autoritaria. Questo chiarirebbe anche che Trump non può “prendersi” la Groenlandia e che la Cina non può prendersi Taiwan.
L’operazione in Venezuela, pur controversa sul piano formale, potrebbe essere ricordata non come un’aggressione, ma come il momento in cui si è iniziato a mettere in discussione l’idea che la sovranità possa proteggere il crimine, e soprattutto che il diritto funzioni ancora. Una buona occasione per tutti, specialmente per un popolo che ha sofferto fin troppo.
