Cerasa e l’Antidoto ottimista: “No alla dittatura del rancore con il bicchiere mezzo pieno”

Contro quella che definisce “dittatura del catastrofismo”, il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, ha scritto L’Antidoto, un vero “manifesto dell’ottimismo” uscito proprio ieri per Silvio Berlusconi Editore.

Ti proponi di usare l’antidoto dell’ottimismo in tempi non facili, in continua sospensione tra vecchie incertezze e nuove crisi.
«Il grande equivoco di oggi è pensare che essere ottimisti significhi essere fuori dalla realtà. Un altro equivoco altrettanto incredibile è l’idea che vedere il bicchiere mezzo pieno porti a ignorare quello mezzo vuoto. E che dunque l’ottimismo sia un modo per sfuggire alla realtà. L’operazione che provo a fare con questo libro è mostrare che l’ottimismo è l’unico modo per riappropriarsi della realtà: significa mettere da parte le emozioni e concentrarsi sui fatti. Non perché emozioni e percezioni non contino, ma perché se al centro del dibattito mettiamo solo l’industria del percepito e del rancore, ci allontaniamo dalla verità dei fatti. Riappropriamoci del bicchiere mezzo pieno: è l’unico modo per riappropriarci della realtà».

E tuttavia viviamo i tempi che viviamo. E che richiedono di cercare nuovi schemi. È possibile un “ottimismo temperato”?
«L’ottimismo è una chiave di lettura che ti permette di cercare soluzioni ai problemi. Per come cerchiamo di renderlo fattuale, è un tentativo di allontanarsi dall’agenda del rancore e dei capri espiatori per concentrarsi sulle soluzioni. Per esempio, quando parliamo principe del rancore, della paura, del pessimismo, del catastrofismo, cioè di Donald Trump».

Una catastrofe ma anche un potenziale vaccino per l’Occidente?
«Trump è una catastrofe per chi ama l’Occidente, l’ordine liberale, la società aperta. Ma allo stesso tempo può essere un vaccino contro molte debolezze del mondo libero. Costringe a un risveglio. A reagire, a rimettere in discussione ciò che amiamo, a difendere ciò che abbiamo più a cuore. Trump ha portato avanti politiche irresponsabili, anche sulla sicurezza, ma ha anche stimolato una reazione: degli imprenditori americani, dei democratici, dell’Europa — lo abbiamo visto nelle scorse settimane anche sulla Groenlandia. L’ottimista, di fronte a un problema, cerca di non piangersi addosso ma di capire come un problema che non va negato possa diventare un’opportunità».

Nel libro affronti molti temi dell’agenda pubblica: percezione, sicurezza, tecnologia, ambiente. L’intelligenza artificiale e la sostenibilità innovativa sono nuove chiavi dell’ottimismo?
«Assolutamente sì. Sul clima serve una terza via tra catastrofismo e negazionismo: due forme di estremismo che impediscono di mettere in campo soluzioni. Le soluzioni arrivano quando si scommette sul futuro, sull’innovazione, sulla capacità di governare i problemi complessi. Quando parlo di ambiente faccio spesso l’esempio dell’Olanda, un paese che vive da decenni con un livello delle acque che, teoricamente, renderebbe impossibile la vita. L’Olanda non si è pianta addosso: ha trovato soluzioni. Il negazionismo è un dramma, ma anche l’allarmismo eccessivo immobilizza, perché descrive ogni problema come irrisolvibile. E invece serve stimolare reazioni, non l’inazione».

Dopo il Giorno della Memoria: gli episodi di antisemitismo in Italia sono aumentati del 465% in un anno. L’ottimismo è possibile anche su questo terreno?
«Mi preoccupa moltissimo la nuova ondata di antisemitismo. Fenomeno che è una delle conseguenze dell’incapacità di combattere l’industria del rancore, che è la chiave per scardinare l’industria del pessimismo. L’industria del rancore mette da parte i fatti, si concentra sulle percezioni, demonizza l’Occidente e così facendo apre la porta al ritorno dell’antisemitismo travestito da antisionismo. Essere ottimisti nella lotta contro l’antisemitismo è difficile, ma necessario. Perché l’antidoto è anche educare all’amore per l’Occidente e per chi difende la nostra libertà».

L’antidoto, quindi, è un insieme di soluzioni che già abbiamo e altre che dobbiamo trovare. Qual è, per te, il cuore di questo antidoto?
«I fatti contano almeno quanto emozioni e percezioni. L’obiettivo è raccontare il mondo per quello che è, non per come sembra, e sradicare le centrali del pessimismo: dal rancore contro l’Occidente alla cultura dell’agonia, quel meccanismo per cui ogni cittadino diventa un colpevole fino a prova contraria. Se non si sradicano questi meccanismi — dall’odio all’informazione malata che vive di percezioni — non possiamo tornare a vedere il bicchiere mezzo pieno».

Veniamo all’Italia: possiamo permetterci un ottimismo nazionale?
«Gli italiani dovrebbero essere ottimisti sulle potenzialità del Paese, che spesso vengono dimenticate. L’Italia è un Paese più sicuro di come viene raccontato, dove si lavora di più, si vive di più e le imprese crescono nonostante tutto. Essere ottimisti sull’Italia è necessario. Ma per essere ottimisti fino in fondo bisogna valorizzare i nostri fondamentali straordinari: investire sul futuro, sulla natalità, sulle imprese, sull’innovazione. Serve scardinare l’ingranaggio del rancore e investire sulle leve che danno fiducia: l’innovazione, innanzitutto».