Chi sta dalla parte di Trump?

L’operazione americana che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro attraversa anche il dibattito politico italiano. La posizione del governo guidato da Giorgia Meloni si è mantenuta su un registro misurato. Da un lato il riconoscimento del rapporto privilegiato con Washington e della centralità della leadership americana; dall’altro la scelta di non trasformare l’operazione in Venezuela in una legittimazione generalizzata dell’uso della forza.

Non è un dettaglio che questa linea sia stata ribadita nella giornata della visita in Spagna presso l’alleato di Vox, Santiago Abascal, evitando toni celebrativi e puntando invece sulle prospettive di una transizione democratica. In questo quadro si colloca la conversazione telefonica tra Meloni e María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace. Nel corso della telefonata, viene spiegato, «è stato condiviso come l’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela, che potrà tornare a godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto». La Lega ha una posizione più defilata. Matteo Salvini ha chiarito che nessuno avrà nostalgia di Maduro, ma ha insistito sulla necessità di privilegiare la diplomazia. Più articolata la posizione di Forza Italia, affidata alle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Questo ha riconosciuto che l’intervento militare non è di per sé lo strumento ideale per risolvere crisi complesse, ma ha allo stesso tempo rivendicato la legittimità dell’azione americana in presenza di una minaccia percepita, in particolare sul fronte del narcotraffico. Il punto centrale, per la Farnesina, resta il “dopo”.

L’obiettivo dichiarato è lavorare a una transizione democratica che restituisca al popolo venezuelano libertà e democrazia. Tajani non ha mancato di sottolineare come per anni molti attori internazionali abbiano sottovalutato o ignorato la natura criminale del regime di Maduro, salvo riscoprire improvvisamente il diritto internazionale nel momento della sua caduta. Una linea che le opposizioni giudicano contraddittoria e pericolosa. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra parlano di una scelta che rischia di trascinare l’Italia in una logica di unilateralismo, rompendo i fragili equilibri del diritto internazionale. La segretaria del PD Elly Schlein ha definito l’attacco «privo di qualsiasi base legale», mettendo in guardia dal rischio di creare un precedente che potrebbe legittimare future azioni unilaterali anche in altri contesti internazionali. Sulla stessa linea si colloca il leader del M5S Giuseppe Conte, che ha parlato senza mezzi termini di una violazione delle regole internazionali: «Il Governo Meloni condanni questi attacchi e tuteli i nostri connazionali». Per l’ex presidente del Consiglio «non può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno Stato sovrano la natura illiberale del suo governo».

È nel campo centrista che la vicenda venezuelana viene letta con maggiore coerenza strategica. Matteo Renzi, Luigi Marattin e Carlo Calenda condividono un punto di partenza netto: la caduta di Maduro non è un dettaglio regionale, ma una mossa capace di incidere sugli equilibri globali. Renzi lo ha detto senza ambiguità: «Il Venezuela senza Maduro è un Paese migliore, senza se e senza ma. La feroce dittatura chavista ha incarcerato e ucciso oppositori, gettando sul lastrico milioni di cittadini». Più strutturata la lettura di Marattin, che ha osservato come gli eventi di Caracas abbiano fatto emergere con chiarezza le vere linee di frattura della politica italiana: «La destra, sostanzialmente, se ne frega. La sinistra ha finito per difendere il dittatore socialista Maduro. Lo schieramento liberal-democratico, invece, ha festeggiato la caduta di un tiranno che aveva sovvertito il risultato delle elezioni». Per il leader del Partito liberaldemocratico, il punto resta politico e non procedurale: «Viva la caduta del tiranno, ora il Venezuela deve tornare alla libera e autonoma volontà dei venezuelani».

Carlo Calenda esprime speranze per un-Venezuela libero da Maduro ma mantiene un giudizio durissimo su Trump: «Considero Trump insieme a Putin la principale minaccia per la democrazia liberale nel mondo. È un aspirante monarca assoluto che sta distruggendo ogni residuo di sistema internazionale fondato sul diritto». Poi la conclusione: «Sta a noi europei prenderne atto e diventare indipendenti, uniti e forti. Se non ora, quando?». Tolta la pedina venezuelana, osservano i centristi, si indebolisce un asse che tiene insieme Iran, Cina e Russia, partner strategici del petrolio venezuelano e beneficiari diretti della sua collocazione anti-occidentale. È qui che il “regime change” smette di essere uno slogan e diventa una variabile strategica.