Ormai prossimo alla venerabile età di novanta anni, ho il privilegio di poter guardare all’intera storia della nostra Repubblica per averla vista di persona, sì da poter cogliere le manipolazioni di quella storia fatte da chi – senza averla vissuta e neanche studiata – la forza a sostegno di posizioni politiche fortemente ideologizzate. Sono stato fin da giovane socialista e tale sono rimasto anche dopo l’estinzione del partito, autonomista fin dall’inizio, con un forte dissenso rispetto al PCI del primo dopoguerra. Certo, il vecchio PCI è morto anche nel nome, ma solo dopo il crollo dell’Unione, per mano di quell’Occhetto che – avendo fatto il “lavoro sporco” – è stato cancellato, sì da poter dare per scontata una sostanziale continuità da Togliatti in poi, in forza di una sorta di Costituzione “antifascista”, di cui sarebbero gli unici interpreti e guardiani.
Oggi, di fronte a una riforma costituzionale all’insegna della separazione delle carriere, condotta secondo la rigida procedura prevista dalla Costituzione, si obietta in prima battuta di essere stata assunta solo a maggioranza, facendo finta di ignorare che a parti invertite fu sempre varata a maggioranza quella del Titolo V della stessa Costituzione, per poi essere combattuta da chi ne era stato l’autore. Ma, in seconda battuta, varrebbe il carattere sacro e inviolabile del testo originario, quello entrato in vigore nel 1948, sì che sarebbe sostanzialmente incostituzionale la stessa riforma attuale, perché ne romperebbe una sorta di equilibrio interno, di cui solo la sinistra è consapevole e custode, senza tener conto che, se c’era, quell’equilibrio è stato rotto da due fondamentali derive: l’espansione esponenziale del protagonismo presidenziale dello stesso processo legislativo e la forte esplicita politicizzazione della magistratura.
È storia vecchia. Al riguardo, cito un episodio che coinvolse il mio maestro, Federico Mancini, personaggio di assoluta autorevolezza scientifica, tanto da aver – insieme a Gino Giugni – gettato le basi del diritto del lavoro post-costituzionale, nel 1981, al termine del suo mandato nel Consiglio superiore della magistratura, che certo gli permise una conoscenza diretta del suo funzionamento; venne proposto dal PSI come candidato per la Corte costituzionale. Ebbe, però, il torto di pubblicare sull’Avanti! un articolo a favore della separazione delle carriere, cosa fra l’altro scontata in tutto il panorama occidentale, come premessa di quel giusto processo oggi consacrato dall’articolo 111 della Costituzione. Ne pagò il costo; venne bocciato per sei volte dalle Camere riunite, da una coalizione fra PCI e sinistra della DC, quelle stesse forze che ad anni di distanza confluiranno nel Pd, e che oggi contestano la riforma Nordio. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
