Chiude il Vernacoliere, ultimo baluardo della satira italiana arrivato al capolinea in un mondo che ormai si indigna per tutto

Nel gennaio del 1984, in un’Italia ancora sospesa tra le ombre della Prima Repubblica e il riflusso degli anni Ottanta, Il Vernacoliere finì davanti a un giudice. La colpa? Una locandina che, giocando sul linguaggio diretto e popolare della toscanità, aveva inventato la Sovrimposta Governativa sulla Topa – la “Sogot” – come parodia della reale Socof, la Sovrimposta Comunale sui Fabbricati, antesignana dell’ICI.

L’accusa fu “offesa al pudore”, un reato che oggi può sembrare appartenere a un’altra epoca, ma che allora aveva ancora un peso reale nella giustizia e nella morale pubblica. Il direttore del giornale, Mario Cardinali, venne processato. Ma il tribunale lo assolse con una formula che divenne leggenda: “perché il fatto non costituisce reato”. Il mese successivo, Il Vernacoliere titolò trionfante: “La topa non è reato”. Quella prima pagina, stampata in migliaia di copie, rimane uno dei simboli più puri della libertà di parola in Italia. Per capire cosa ha rappresentato Il Vernacoliere, bisogna andare oltre la risata, oltre la battuta da bar o il dialetto colorito. Bisogna riconoscere che questo mensile, con i suoi 80 anni di storia, è stato una delle ultime incarnazioni autentiche della satira popolare italiana.

Livornese fino al midollo, anarchico per vocazione e anti-pisano per principio, Il Vernacoliere è stato una palestra di libertà linguistica e di indipendenza intellettuale. Le sue prime pagine, affisse nelle edicole, diventavano spesso veri e propri manifesti politici e sociali, capaci di fermare i passanti con un lampo di ironia, di volgarità o di verità nuda. In questi giorni è stata annunciata la sua chiusura e la conseguente fine di un’epoca della satira italiana. Il Vernacoliere era rimasto l’ultimo giornale satirico indipendente del Paese, sopravvissuto a tutte le sue gloriose sorelle: da L’Arlecchino dell’Ottocento a Il Fischietto del 1848, da Bertoldo (fondato nel 1936 e fucina di autori come Guareschi) a La Rana, e poi ai più recenti Il Male e Frigidaire, che segnarono gli anni Settanta e Ottanta con una satira corrosiva e visionaria. Ognuna di queste testate ha raccontato un pezzo della storia d’Italia, ma Il Vernacoliere ha avuto una peculiarità: era il giornale del bar, del porto, del muratore, del pensionato, dello studente. E proprio per questo è rimasto vivo così a lungo. Non era un giornale facile. Le battute erano in dialetto, le vignette spesso incomprensibili per chi non conosceva la cultura livornese. La “topa” del 1984 non era solo una volgarità, ma un simbolo: la rivendicazione del corpo e del linguaggio contro il moralismo.

Negli anni più bui della storia italiana, i giornali satirici hanno avuto la capacità di restituire leggerezza e lucidità. Durante le guerre, nei periodi di censura, persino negli anni del terrorismo, la risata è stata un modo per non piegarsi. Quando Il Male nel 1978 pubblicò la finta prima pagina con il titolo “Arrestato Ugo Tognazzi: è il capo delle BR”, l’Italia rimase senza parole. Quella provocazione, travestita da notizia, rivelava la follia mediatica e la paura collettiva di quegli anni. Oggi, nella società dei social e dell’indignazione istantanea, il linguaggio del Vernacoliere appare anacronistico. Eppure, forse proprio per questo, la sua chiusura lascia un vuoto profondo. Chi lo ha amato sa che non era solo un giornale, ma un rituale: il mese che arrivava, la locandina che faceva ridere o discutere, l’attesa di scoprire “come l’avrebbero detta stavolta”.